La lettera a Francesco Vettori è una missiva, datata 10 dicembre 1513, inviata da Niccolò Machiavelli all’amico Francesco Vettori, ambasciatore fiorentino a Roma presso papa Leone X.

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La lettera fu scritta durante il periodo trascorso nella sua casa di campagna, l'Albergaccio, a Sant'Andrea in Percussina, presso San Casciano in Val di Pesa; qui trascorreva un soggiorno forzato, a cui era costretto perché sospettato dalla famiglia dei Medici di aver partecipato a una congiura contro di loro. Secondo lo studioso William J. Connell, Machiavelli non era proprio in esilio, ma scontava una sorta di obbligo di dimora, pur potendo tornare a Firenze, secondo alcuni documenti recentemente scoperti nell’Archivio di Stato di Firenze, ma non è questo l’argomento trattato in questo post.
... mi comporto in modo miserabile per tutto il giorno ...
Nella lettera a Vettori, l'autore racconta la propria giornata all'amico: focalizziamoci immediatamente su due paragrafi che compongono la parte centrale – e più interessante - della lettera. Machiavelli scrive:
Mangiato che ho, ritorno nell'hosteria: quivi è l'hoste, per l'ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m'ingaglioffo per tutto dí giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.
Parafrasi:
Dopo aver mangiato, ritorno all’osteria: dove di solito ci sono l’oste, un macellaio, un mugnaio, due fornai. Insieme a loro mi comporto in modo miserabile per tutto il giorno, giocando a cricca (un gioco con le carte), a trich-trach (un gioco con dadi e pedine), e nascono mille litigi e infiniti insulti; il più delle volte si litiga per un centesimo, e ci sentono urlare fino a San Casciano. Così, in mezzo a questi pidocchi, tiro fuori il cervello dalla muffa, e sfogo la rabbia per il mio destino, che, contento di vedermi calpestato in questo modo, si vergogni [di perseguitarmi].
... mi spoglio di quella veste sporca di fango e letame ...
Finalmente, dopo aver descritto con amarezza le poco onorevoli occupazioni quotidiane, Machiavelli recupera la sua dignità di intellettuale:
Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.
Parafrasi:
Quando viene la sera me ne torno a casa e vado nel mio studio; sulla soglia mi spoglio di quella veste sporca di fango e letame, e indosso i panni degni di una curia e di un re; così vestito decentemente entro nelle vite degli uomini antichi e, ricevuto con piacere da questi, mi nutro di quel cibo che è solo per me e per il quale io sono fatto; e non mi vergogno di parlare con loro e di chiedere il motivo delle loro azioni; e quelli, per loro cortesia, mi rispondono; e per quattro ore io non avverto la noia, dimentico le preoccupazioni, non ho paura della povertà e non mi spaventa la morte: completamente mi trasferisco in loro.
Machiavelli prima descrive la sua giornata, evidenziando come essa trascorra tra partite a trich-trach (un gioco tardomedievale con pedine e dadi, non troppo legale) e liti con compagni di gioco come macellai, mugnai o fornai, con individui, insomma, ben lontani dalla sua condizione di intellettuale, sporchi di fango metaforico. Alla sera, finalmente, si chiude nei suoi studi, per i quali sente di essere nato, vestendo, non solo simbolicamente, i panni dello studioso, dell’intellettuale.

prima pagina della lettera: Image from it.wikisource- licensed under the terms of the Creative Commons Attribution 3.0 Unported license.
Quando scrive questa lettera, sta ancora lavorando a Il Principe, il trattato che egli dedicherà alla famiglia De Medici, con lo scopo di ritornare a far parte della vita politica fiorentina. Il Principe è proprio l’opera che gli varrà fama nei secoli successivi (e di cui parleremo più diffusamente in un prossimo articolo).
Ma quale insegnamento possiamo ricavare dalla lettura di questa lettera?
Freud ha più riprese ribadito che, per l’uomo comune, rifugiarsi nel mondo della fantasia è un modo per riparare ai traumi subiti; l’artista riesce a sublimare questa propensione nel processo di creazione artistica.
Qualche secolo prima di Freud, tramite questa lettera, Machiavelli illustra quale sia l’attitudine dell’artista, del poeta o del letterato: quando creano o compongono, svolgono un processo di riparazione a quello che è il trauma più grande, la paura della morte; così si spiega l’afflato alla creazione artistica, quello streben romantico – filosoficamente teorizzato da Fichte – che costringe l’autore a non fermarsi mai, quand’anche scrivesse solo per sé stesso.
Questa lettera è una sorta di dichiarazione universale su quale sia l’attitudine dell’intellettuale, un messaggio valido tanto ieri quanto oggi, scrollarsi di dosso il fango e il letame delle bassezze quotidiane, ed elevare il proprio spirito nello studio e nella cultura.