
ABSTRACT
Il seguente articolo tratta un tema di estrema rilevanza nella pedagogia moderna e nella psicologia dello sviluppo: il gioco d’infanzia e il suo inestimabile valore formativo ed educativo. In particolare, verrà posto l’accento sul cosiddetto gioco simbolico o “di finzione”, a cui l’individuo comincia naturalmente ad approcciarsi tra i 18 e i 24 mesi di vita. Partendo dal pensiero di pedagogisti e pedagogiste del calibro di Piaget, Vygotsky e Montessori, verranno pertanto descritte le caratteristiche del gioco di finzione e di immaginazione in relazione alle conseguenze sullo sviluppo cognitivo, fisico, emotivo, sociale e immaginativo dell’essere umano. In ultima analisi si analizzerà la natura culturalmente determinata del gioco di finzione: trasformazioni sociali e culturali quali, ad esempio, la rivoluzione tecnologica di fine XX secolo, hanno senza dubbio apportato significative novità nell’ambito del gioco dell’infanzia e, conseguentemente, allo sviluppo dell’individuo.
Cap. 1 – Cosa si intende per gioco di finzione o di immaginazione?
Il gioco rappresenta una delle attività tipiche dell’età infantile, e occupa gran parte della giornata dei bambini. La sua importanza per lo sviluppo in toto dell’individuo è stata riconosciuta man mano solo a partire dall’età illuminista. Se prima della fine del ‘700 si considerava il gioco un’attività oziosa e priva di utilità, a cui i bambini venivano sottratti all’età di 6 anni per essere inseriti in un percorso di istruzione o di formazione lavorativa ben più duri e tempranti dell’attività ludica, da Rousseau in poi si comincia a riconoscere l’immenso potere formativo del gioco. Non è un caso che il 27 maggio del 1989 sia stata ratificata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, il cui art. 31 recita:
- Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica.
- Gli Stati parti rispettano e favoriscono il diritto del fanciullo di partecipare pienamente alla vita culturale e artistica e incoraggiano l’organizzazione, in condizioni di uguaglianza, di mezzi appropriati di divertimento e di attività ricreative, artistiche e culturali.
Giocare è dunque, secondo quanto recita l’art 31, un diritto inalienabile dell’infanzia.
Ma cosa si intende per “gioco”? È difficile darne una perfetta definizione, in quanto si tratta di un termine poliedrico, che include molteplici aspetti e molteplici categorie, una delle quali è quella del “gioco di finzione” o “gioco simbolico”.
Jean Piaget è stato senza dubbio uno dei primi pedagogisti che, dedicandosi allo studio dello sviluppo mentale del bambino, ha fornito una ben precisa descrizione del gioco simbolico in relazione allo sviluppo cognitivo del bambino. Secondo lo studioso, infatti, il gioco di finzione appartiene e si sviluppa nello “stadio del pensiero simbolico”, seconda di cinque tappe del modello evolutivo da lui messo a punto. Se nel primo stadio, chiamato “senso-motorio”, lo sviluppo del bambino è orientato all’acquisire informazioni sensoriali e motorie (che si manifestano ogni qual volta il bambino tocca e “mette in bocca” oggetti che lo circondano nel quotidiano), in questa seconda fase avviene un importante cambio di direzione qualitativo. Dall’esplorazione senso-motoria il bambino passa alle prime forme di rappresentazione simbolica. È qui che si sviluppa naturalmente, e dovrebbe essere stimolato, il gioco di finzione. Tale tipologia di gioco, chiamato anche di immaginazione o simbolico, è inizialmente caratterizzato da azioni abituali che il bambino compie fuori dalle circostanze usuali senza un fine specifico. Si pensi a quando il bambino finge di dormire o di bere il caffè dalla tazzina giocattolo. Assenza di scopo e decontestualizzazione sono dunque caratteristiche chiave del gioco simbolico. Ad una prima fase di gioco di finzione individuale ne seguono gradualmente altre due che incominciano a coinvolgere l’altro, inizialmente in forma passiva e in seguito in forma attiva. Nei primi giochi “del far finta”, infatti, il bambino gioca assieme a oggetti (come bambole e pupazzi) o persone reali, ma solo una volta perfezionata la capacità di astrazione incomincerà ad animare partner di gioco immaginari. Se nei bambini più piccoli l’imitazione tocca gesti legati alla quotidianità, nei bambini più grandi è tipico veder riportati eventi per loro significativi (un viaggio, una festa etc…) mescolati con elementi di fantasia. Il gioco di finzione accompagna dunque lo sviluppo del bambino sin dai 18 mesi e cambia forma man mano che il bambino cresce. Dal punto di vista dello psicologo e pedagogista Vygovsky, quando il bambino è molto piccolo, il gioco di finzione (e qualsiasi altro tipo di gioco) sarebbe maggiormente vincolato dal contesto sperimentato. Via via che il bambino acquisisce capacità di immaginazione, il gioco di finzione inizia a distaccarsi dal contesto e ad essere dominato dalla fantasia del suo principale attore.
Cap. 2 – L’importanza del gioco di finzione nella crescita dell’essere umano.
Il gioco di finzione riveste un ruolo di estrema importanza nello sviluppo del bambino per molteplici motivi e sotto molteplici aspetti. In primis, esso costituisce un imprescindibile passaggio dalla conoscenza della realtà empirica a quella simbolica. Se tra la nascita e i 18 mesi di età il bambino conosce attraverso i sensi la realtà circostante, attraverso le prime attività simulatorie (come bere il thè da una tazza vuota) egli dimostra di comprendere le funzionalità degli oggetti attraverso l’applicazione di schemi, come li definisce Piaget, pre-simbolici. La maturazione del gioco simbolico, ossia la replica di schemi simbolici in contesti spazio-temporali estemporanei ed evocati dal bambino a proprio piacimento, è senza dubbio un importante momento per la formazione della capacità di astrazione e di comprensione spazio-temporale. Ambientare un determinato gioco di finzione in un luogo e in un tempo diversi da quello sperimentato è un primo passo per l’acquisizione dei concetti di spazio, tempo e pensiero logico. Quando il bambino inizia ad animare gli oggetti con cui gioca, o a inventare personaggi immaginari con cui interagire, lì vengono poste le basi per quella che Fonagy e Target chiamano teoria della mente. Tale teoria riguarda la capacità di “metarappresentazione” e di comprensione e attribuzione all’altro di stati mentali anche diversi dai propri. Il gioco simbolico è in questo senso un antecedente importante della teoria della mente in quanto si basa sulla “metarappresentazione”. Inoltre, attribuire emozioni, stati d’animo e pensieri ai personaggi con cui si gioca implica una familiarizzazione e una comprensione del mondo emotivo proprio e dell’ambiente circostante. Il ruolo del gioco di finzione è altresì importante nello sviluppo del linguaggio del bambino. Da alcuni studi emerge come la capacità narrativa e la produttività linguistica possano svilupparsi nell’attività ludica di finzione, specialmente in quella condivisa con altri bambini. La verbalizzazione, infatti, è funzionale al progresso del gioco, nonché alla comunicazione di un progetto di gioco al compagno. In ultima, il gioco simbolico ha un importante valore nello sviluppo identitario dell’individuo. La ripetizione di schemi, azioni e dinamiche della realtà circostante forniscono, infatti, modelli di comportamento e ruoli al bambino, pronto a ripeterli e consolidarli. A questo aspetto è necessario prestare particolare attenzione e garantire l’allontanamento da modelli comportamentali nocivi, tra cui la stereotipizzazione di genere (recente e benefica in questo senso è la progettazione di giocattoli che non abbiano connotazione di genere).
Cap. 3 – Gioco di finzione e millennials
Come accennato nell’introduzione, il gioco è un ambito culturalmente determinato. Sebbene le teorie di Piaget e Vygosky siano volte all’individuazione di fasi universali dell’attività ludica in relazione con lo sviluppo del bambino, queste macro-categorie non rimangono perfettamente identiche nel tempo. Senza dubbio, prima della rivoluzione tecnologica, la maniera di giocare dei bambini (dai più piccoli a quelli più grandi) differiva ampiamente da quella sperimentata nell’era dei tablet e delle consolle. Facendo riferimento all’Italia, c’è da dire che un forte cambiamento nella maniera di giocare è connesso all’industrializzazione e all’entrata della nazione nel mercato globale negli anni ’70. La produzione di giocattoli su larga scala e la riduzione degli spazi all’aperto ha senza dubbio portato una prima grande modifica al gioco d’infanzia. Se prima prevaleva il gioco in gruppo o di immaginazione, spesso all’aria aperta e senza bisogno di appositi giocattoli, dagli anni ’80 si assiste al primato del giocattolo prodotto industrialmente. L’arrivo dei tablet, delle consolle e di internet nelle case degli italiani a partire dagli anni ’90 ha sicuramente apportato ulteriori modifiche alla maniera di giocare dei nati in quegli anni, specialmente dei cosiddetti “millennials”. Con questo termine si fa riferimento alle generazioni nate nel XXI secolo. Nativi digitali, sono quindi avvezzi all’utilizzo di dispositivi tecnologici sin dalla tenera età. Non è infatti raro, al giorno d’oggi, vedere un bambino di età inferiore ai 3 anni destreggiarsi con uno schermo luminoso. I tablet sono, in effetti, strumenti ricchi di intrattenimento per i più piccoli: video, musica, cartoni animati e giochi interattivi sono ottimi per attirare a lungo l’attenzione dei bambini. Se ciò può essere talvolta di aiuto ai ritmi frenetici dei genitori odierni, accostare per tempi prolungati i propri figli (specie se di età inferiore a 3 anni) a schermi luminosi può essere nocivo per vari motivi. In primis, i bambini dai 2 ai 3 anni iniziano a sviluppare competenze immaginative, relazionali, linguistiche e simboliche, anche grazie al gioco di finzione e ai processi che esso implica. Benché il dispositivo elettronico sottoponga il bambino a una serie di stimoli che ne allenano senza dubbio la memoria visiva e il pensiero intuitivo, la sedentarietà e la limitatezza dei feedback e delle modalità interattive che lo caratterizzano rallenterebbe lo sviluppo di quelle competenze stimolate dal gioco di finzione. Ciò non significa che la tecnologia sia in sé negativa per lo sviluppo dell’individuo, ma senza dubbio deve essere integrata con altre tipologie di attività ludiche e usata moderatamente, specie in tenera età.
BIBLIOGRAFIA e SITOGRAFIA
- Piaget, J. (1945) La formation du symbole chez l’enfant.(1972)
- Winnicott, D. W. (1974). Gioco e realtà. Armando editore, Roma.
- Bondioli A., Gioco e Educazione, FrancoAngeli, Milano, 2002.
- Vygotskij L.S., 1996; trad it., Da Cambi F. e Staccioli G., Il gioco in Occidente, Armando, Roma, 2007
- http://www.pedagogiaclinicaconegliano.it/pedagogia/articoli-blog/12-gioco/16-il-gioco-attivita-educativa-fondamentale-nella-generazione-tablet