Il business dei migranti - log 07 - L'ultima frontiera

By Lorf | Ideolog | 11 Oct 2019


Le armi di migrazione di massa [log 06], dunque, sono oggi una bellicosa risorsa consegnata su un piatto d'argento dall'Europa ad attori statali o meno. Fra i primi ci sono detti i cosiddetti "paesi terzi", cioè quei paesi che "gestiscono" i migranti per conto dell'Europa stessa, cui diamo ulteriori strumenti di coercizione e ricatto. 

Per capire bene cosa siano e cosa rappresentino i paesi terzi bisogna tracciare un processo che ha avuto inizio nei primi anni di questo millennio e che ha portato la frontiera europea in paesi non europei o meglio, escludendo il caso della Turchia, in paesi africani.

Nelle parole di Paolo Gaibazzi, Stephan Dünnwald e Alice Bellagamba, curatori di EurAfrican Borders and Migration Management (Palgrave, 2017):

La frontiera sud dell'Europa è già in Africa. Fin dai primi anni 2000, mentre migliaia di migranti africani viaggiavano verso il nord attraverso il deserto, il mare e l'aria (su voli di linea), la frontiera europea viaggiava verso il sud, portando con se una folla di civili, militari ed esperti così come specifici interessi e richieste, fondi ed equipaggiamento tecnologico, speranze e visioni del mondo [...]. A partire dagli anni '90 e specialmente dopo gli eventi dell'11 settembre la messa in sicurezza (securitization) delle frontiere esterne è diventata una delle missioni principali dell'Unione Europea, la qual cosa ha determinato il conio della famigerata definizione "Fortezza Europa". Filo spinato e muri attorno all'Europa sono spiccati in alto e il controllo alle frontiere è stato equipaggiato con sofisticate tecnologie che spaziano dalla sorveglianza via satellite all'identificazione biometrica. I singoli Stati membri hanno fatto la maggior parte di questo lavoro di "messa in sicurezza" ma l'Unione Europea è progressivamente divenuta l'arena privilegiata della messa in atto di politiche sulle migrazioni e di iniziative ad esse correlate.

Nei primi anni duemila l'Europa inaugura un sistema unificato di gestione del visti per mappare e classificare chi viaggia verso l'Europa e identificare i "potenziali clandestini" (nonostante il luogo comune dica il contrario il canale principale dell'immigrazione "irregolare" è quello dell'entrata con visto). I funzionare consolari sono stati dotati di un Visa Information System (VIS) per condividere i dati di chi richiede un visto.

A metà anni 2000 questo e altri provvedimenti divengono parte di un approccio che l'Unione Europea ha chiamato "Integrated Border Management" (IBM) il cui obiettivo è coordinare i meccanismi amministrativi, le forze di polizia e le altre istituzioni coinvolte nella gestione delle frontiere. Nel 2004 l'Unione Europea crea Frontex, un'agenzia il cui obiettivo è promuovere, coordinare e sviluppare un sistema europeo di gestione delle frontiere: "conosciuta dall'opinione pubblica per le sue operazioni che portano nomi tratti dalle mitologia europea (Hera, Poseidon, Triton ecc.), Frontex è essenzialmente una struttura militare, nonostante investa molto nel presentarsi con uno stile e un profilo moderno e aziendale, promuovendo la produzione di conoscenze e usando il linguaggio linguaggio del risk management, familiare nel business aziendale e nei circoli dei decisori politici".

Sempre a partire dalla metà degli anni 2000 l'Europa inaugura la politica della "esternalizzazione delle frontiere", un approccio che supera l'idea della frontiera come "limite territoriale dello Stato", nel nostro caso dell'Unione di Stati, per arrivare a concepire la frontiera come "gestione del luogo dove si trova il migrante" anche quando il migrante è in cammino. Di qui l'attuazione di "pratiche frontaliere" come l'accertamento dei requisiti per chiedere asilo nei punti di raccolta (qui uso un eufemismo) dei migranti in paesi anche molto lontani dall'Europa (ad esempio il Sudan) e addirittura lungo rotte dei migranti. L'obiettivo è proprio tenere i migranti geograficamente lontani dall'Europa, usando mezzi che, in definitiva, sono militari a tutti gli effetti: le navi da guerra nel Mediterraneo sono l'esempio più evidente ma, come rilevano i ricercatori, siamo arrivati a vere e proprie operazioni di intelligence per monitorare i movimenti di persone e bloccare i flussi.

Infine, in risposta alle critiche crescenti attorno a questo approccio militare, "l'Unione Europea e i singoli Stati membri hanno prontamente mostrato il loro volto umanitario ad esempio inquadrando o vendendo le operazioni in mare come missioni per la ricerca e il salvataggio di vite umane messe a rischio da pericolose traversate e da trafficanti scaltri".

***

In tutto questo giocano un ruolo crescente i cosiddetti "paesi terzi", cioè quei paesi entro i cui confini l'Europa ha esternalizzato le proprie frontiere [esempio: log 06]:

Fin dal 2005 il Global Approach to Migration and Mobility (GAMM) ha fornito all'Unione Europea un quadro di riferimento per cooperare con i paesi di origine e di transito sulle questioni migratorie.

L'Unione Europea ha orientato la propria politica estera in Africa alla costruzione della sua politica sulle migrazioni: "ad esempio il cosiddetto Processo di Rabat  [2006] e più di recente il Processo di Khartoum [2014] che fonda piattaforme regionali inter-statali fra peasi di origine, transito e arrivo" lungo le rotte migratorie verso l'Europa da nord-ovest e nord-est. Altri strumenti bilaterali o multilaterali implementano l'operatività di questi legami, ad esempio la European Neighborhood Policy (ENP). In sostanza questi "processi":

incoraggiano i paesi terzi a introdurre misure preventive per scoraggiare o impedire ai propri cittadini di viaggiare (illegalmente) verso l'Europa e/o cittadini di altri paesi di fare lo stesso transitando per quei paesi. In cambio l'Europa promette maggiore integrazione regionale, aiuti allo sviluppo, facilitazioni nei commerci, investimenti stranieri, strutture per la migrazione legale e altro. I singoli Stati membri poi portano avanti o gestiscono queste iniziative di cooperazione producendo un considerevole sforzo diplomatico specialmente con accordi bilaterali.

Questo scambio, come abbiamo visto [log 06], non funziona. Il motivo è molto semplice: i paesi terzi non sono democrazie, sono Stati dove vigono dittature più o meno pesanti, dove povertà e malaffare generano corruzione [log 05], sono luoghi da cui, per queste ragioni, le persone fuggono. E' dunque quantomeno improbabile che premiando le corrotte elite di chi vi governa con aiuti, incentivi, entrature commerciali ed economiche, si possa raggiungere un obiettivo diverso da quello meramente militare di bloccare delle persone nel loro cammino.

Come nel caso delle operazioni di "search&rescue", fra l'altro progressivamente abbandonate, l'Europa stende dunque un velo di ipocrisia sulla propria condotta sostanzialmente omicida: dopo aver bloccato militarmente il flusso migratorio ha iniziato a dare la caccia ai migranti "nei paesi di origine e di transito", aiutando nel frattempo regimi corrotti.

Dal punto di vista mediatico il paradosso, qui, è che c'è una destra sovranista che nonostante tutto questo immagina esserci un "piano" globalista - cui partecipano "i burocrati di Bruxelles - per invadere l'Europa e sostituire la popolazione autoctona con una più docile popolazione immigrata.

--> Il business dei migranti - Indice

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