Il business dei migranti - log 06 - Armi di migrazione di massa inc.

By Lorf | Ideolog | 9 Oct 2019


Nel 2011 Kelly M. Greenhill, professoressa associata della Tuft university, pubblicava il suo Weapons of Mass Migration: Forced Displacement, Coercion, and Foreign Policy (Cornell University Press, uscito qualche anno dopo in Italia col titolo di Armi di migrazione di massa).

Il libro metteva in ordine un buon numero di case studies su un tema che fino ad allora non era stato ben inquadrato: l'ingegnerizzazione strategica della migrazione come arma di guerra (parafrasando il titolo dell'articolo del 2008 su cui il libro si basa) ossia il tentativo da parte di attori statali o non statali di usare la minaccia di una "migrazione di massa" come arma politica. Nell'analisi di Greenhill - è bene specificarlo - il concetto di "massa" non implica numeri importanti: alcuni casi da lei presi in considerazione coinvolgono un numero di persone relativamente basso, nell'ordine delle centinaia. Questo bisogna dirlo per cancellare i deliri di tutti coloro che in questi anni hanno evocato il lavoro della ricercatrice per dare conferma ai loro deliranti eloqui attorno a fantomatiche "sostituzioni etniche" (con tutto ciò che questo ha comportato in termini di terrorismo di destra). 

Per capire a fondo il problema è necessario anche specificare che questa strategia si verifica in un contesto in cui:

  • chi intende usare l'arma è più debole dal punto di vista militare ed economico;
  • il target politico è un paese democratico, uno Stato fondato sul rispetto dei diritti.

L'arma di migrazione di massa è dunque uno strumento tipico di un confronto asimmetrico in cui chi offende in genere non ha l'obbligo di rispondere ai corpi istituzionali garanti della democrazia e dei diritti. Chi subisce l'attacco, invece, si misura con un'opinione pubblica e con il gioco della disputa politica interna. Il risultato è che "l'arma" diviene spesso molto efficace perché va a interrogare il cuore stesso delle democrazie contro cui si abbatte. All'interno del paese-obiettivo le parti politiche si polarizzeranno attorno alle due opzioni: non accettare il ricatto di una migrazione forzata - la qual cosa metterà alla prova il corpo sociale di quel paese - o passare sopra ai valori e ai diritti fondanti quella democrazia per evitare "gli arrivi".

Non c'è bisogno, qui, di esemplificare: per quanto riguarda l'Italia è sufficiente citare i nomi degli ultimi Ministri dell'interno: Marco Minniti e Matteo Salvini.

***

Il libro di Greenhill ha il merito, come si è detto, di inquadrare una dinamica offesa-difesa della quale prima del suo lavoro non si erano rinvenuti gli estremi concettuali. La sua visione è tutta interna a dinamiche belliche, seppure a bassa intensità, e ciò rischia di rendere meno chiaro il fatto che ciò che lei chiama "arma di guerra" può essere usata fra paesi che in guerra non sono. O, altro caso, che le "migrazioni di massa" possono essere uno degli obiettivi di chi porta la guerra: l'esempio più evidente è l'invasione della Siria nordorientale da parte della Turchia il cui obiettivo, oltre alla sconfitta dei "terroristi" curdi, è rispedire in territorio siriano centinaia di migliaia di profughi fuggiti alle devastazioni della guerra siriana.

In specifico Greenhill non affronta il caso in cui - masochisticamente - sono le democrazie stesse a fornire quest'arma asimmetrica a soggetti, statuali o meno, che democratici non sono. 

E' qui, in questo punto, che arriviamo a rilevare una dinamica che si connette con ciò che abbiamo finora esaminato. Il primo esempio, forse il più conosciuto, riguarda gli accordi presi dall'Unione Europea con la Turchia nel 2016 per il "controllo" dei flussi di profughi dalla Siria all'Europa, in seguito alla cosiddetta "crisi dei profughi" dell'anno precedente. L'accordo configurava una situazione in cui un gruppo di paesi, i paesi UE, affidavano a un altro paese "amico" in cui nel migliore dei casi vige una democrazia autoritaria, la soluzione di un problema che nella opinione dei governanti, non poteva essere gestito internamente con gli strumenti della democrazia e dei diritti.In questo modo l'UE ha consegnato alla Turchia un'arma di migrazione di massa, la qual cosa Erdogan non manca di rimarcare proprio nel momento in cui si appresta a invadere la Siria nordorientale, allo scopo di ricevere un "silenzio-assenso" da parte della comunità internazionale e in specifico dell'Europa.

Proprio nel settembre 2019, poco prima di annunciare l'invasione, la Turchia proclama di voler rinegoziare l'accordo, un qualcosa che si rivela ben presto una vera e propria minaccia. Il tutto, inoltre, ha comportato l'esborso iniziale da parte dell'UE di 3 miliardi di euro, una cifra che poi è raddoppiata: l'arma di migrazione di massa, consegnata dall'UE nelle mani dell'autocrate turco, ha funzionato anche in questo senso.

*** 

Un secondo esempio viene dalla Libia, della quale è bene ragionare in retrospettiva proprio usando lo studio di Greenhill. Nelle parole di Marco Dotti su Vita:

Le sanzioni, in vigore dagli anni Ottanta nei confronti della Libia vennero revocate l'11 ottobre 2004 dai ministri degli esteri dell'Unione Europea. In cambio di cosa? In cambio della promessa, da parte della Libia, di contribuire ad arrestare il flusso delle migrazioni, rafforzando il controllo alle frontiere. L'embargo totale venne revocato, di comune accordo tra i 25 Paesi europei cancellando tutte le sanzioni contro la Libia imposte dalla Ue nel 1986 e anche quelle successive imposte nel 1992, in seguito all'embargo Onu, permettendo così la fornitura di armi ed equipaggiamenti militari, sbloccando inoltre il congelamento di fondi finanziari libici all'estero e il divieto nella fornitura di beni e servizi civili legati all'industria petrolifera.

Una volta caduto il regime di Gheddafi il problema si ripropose nella misura della ricerca di referenti affidabili che dessero continuità al "blocco". Lo stesso Gheddafi, prima di cadere, minacciava un "senza di me sarete invasi". Sempre usando le parole di Dotti:

La profezia del Colonnello libico [...] ha il sapore della self fulfilling prophecy. Ma è un sapore non per questo meno amaro: che cosa potevamo, dovevamo fare per evitare che, dalle mani del Colonnello, quelle armi passassero direttamente in quelle delle transnational corporations dei trafficanti di uomini?

La risposta a questa domanda è: quelle armi sono passate ai trafficanti grazie ad accordi precisi, come emerge da diverse indagini giornalistiche e dai report di diverse organizzazioni internazionali (si veda fra gli altri il caso di "al-Bija").

Come riporta Pasquale Pagano su L'Indro nel giugno 2019, il fatto ha portato un gruppo di giuristi spagnoli ed israeliani a stilare un documento di denuncia dell’Unione Europea presso la Corte Penale Internazionale (CPI):

per compartecipazione a crimini contro l’umanità commessi dagli ‘alleati’ africani in Libia nell’ambito della cooperazione con l’Europa per mitigare i flussi migratori dall’Africa regolata dal Processo di Khartoum [vedi oltre, log successivo]. Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania sono i principali Paesi europei denunciati presso la CPI. Il documento, ricco di prove -a dire degli estensori, inconfutabili-, individua tutti i responsabili dei vari governi italiani ed europei che, nonostante la conoscenza della natura dei partner libici, non hanno fatto le dovute considerazioni giuridiche, etiche e di sicurezza internazionale, allacciando rapporti di collaborazione e finanziando il Governo di Tripoli, le milizie armate e perfino milizie tribali (al confine con il Sudan) note per la violazione sistematica dei diritti umani.

La situazione odierna è dunque figlia della dinamica che ha consegnato a uno spietato dittatore una potente arma di migrazione di massa. E ci illumina attorno alle conseguenze del paradigma della Fortezza Europa.

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L'ultimo esempio viene dal Sudan, un paese che recentemente è stato teatro di imponenti manifestazioni che hanno portato alla rimozione del vecchio dittatore, Omar al-Bashir, e poi all'avvio di un processo che potrebbe portare all'instaurazione di un governo non più egemonizzato dai militari, eredi del dittatore stesso. 

Il movimento di piazza sudanese, rigorosamente pacifico, ha subito per diversi mesi una repressione molto dura, culminata con il cosiddetto "massacro di Khartoum" del 3 giugno 2019 (più di cento morti). A guidare le operazioni di repressione è stata la Forza di Supporto Rapido (RSF), guidata dall'allora vicepresidente del Consiglio militare di transizione che in quei mesi governava il Sudan: Mohamed Hamdan Dagalo detto Hemedti (oggi è vicepresidente del Consiglio sovrano del Sudan, l'organismo succeduto al Consiglio militare. La cosa ci racconta di quanto la "transizione" verso un Sudan civile non sarà priva di ostacoli).

La Forza di Supporto Rapido è la nuova incarnazione dei Janjawid, miliziani paragovernativi autori, fra le altre cose di terribili massacri nel Darfur

A partire dal 2016, a seguito degli accordi di cooperazione ben finanziati presi dall'Unione Europea nel contesto del "processo di Khartoum" [vedi oltre, log successivo], la RSF ha preso in carico il controllo di diverse aree frontaliere con l'obiettivo di fermare il flusso migratorio verso l'Europa.

Come raccontano diversi report (vedi ad esempio qui) la milizia anche in questo contesto ha perpetrato abusi di ogni tipo, violando sistematicamente i diritti umani delle persone migranti (vedi anche questo thread su twitter).

Un dettagliato report dell'aprile 2017,  ospitato da un sito operativo dell'UNHCR, aveva per sottotitolo: "Come il partenariato UE sulle migrazioni legittima la milizia-stato in Sudan".

Hemedti, che già nel 2016 riteneva che l'Europa dovesse esprimere gratitudine alla RSF per la sua opera di bloccaggio delle migrazioni verso l'Europa,  ancora nel 2019 riceveva diplomatici occidentali a Khartoum, fra cui l'ambasciatore dell'Unione Europea, Jean-Michel Dumond.

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In sostanza: mentre alcuni usano il concetto di "armi di migrazioni di massa" per vaneggiare attorno a inventati piani di invasione dell'Europa, sempre più spesso, e a causa delle politiche sulle frontiere, queste armi le si consegna in mano ad attori istituzionali e non che le usano per acquisire potere o fare soldi nei paesi in cui operano. 

E tutto ciò usando finanziamenti europei.

--> Il business dei migranti - Indice

 

 

 

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