RECENSIONE: "UNA STANZA PIENA DI GENTE” DI DANIEL KEYES


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Non sempre dietro a un reato ci sono motivi d’odio, di rabbia o di disprezzo: alcune volte la gentecompie azioni brutali col solo fine di ricevere l’amore o le attenzioni che non ha mai ricevuto da piccola. Se una persona è stata cresciuta con rigore, botte e sberle, penserà che l’amore lo potrà prendere solo con la forza: è questo il motivo che ha spinto Adalana a rapire e violentare tre studentesse universitarie nel 1977.

In seguito a tale vicenda, William Stanley Milligan, conosciuto anche come Billy, ha interessato la cronaca dell’Ohio e, nel 1981, l’autore Daniel Keyes pubblicò la sua biografia intitolata “Una stanza piena di gente”. Ciò che ha colpito di più della sua storia fu che soffriva di disturbo dissociativo dell’identità, una patologia secondo cui la persona che ne è affetta presenta dentro di sé diverse identità, fra loro indipendenti: Milligan, infatti, ne aveva 24, ognuna con personalità, interessi, quoziente intellettivo, età, genere e caratteristiche fisiche proprie. Adalana era una di queste. Fu Billy stesso a riferire a David Caul, il suo dottore al Centro di Salute Mentale di Athens, la volontà che venisse raccontata la sua storia, per portare a conoscenza la gente di quali siano le conseguenze degli abusi sui bambini. Egli, infatti, quando aveva fra gli 8 e i 9 anni, venne ripetutamente abusato sessualmente dal suo patrigno: è in seguito a ciò che la sua identità si è frammentata in 24 personalità, ognuna con un proprio scopo preciso. 

Attraverso questa biografia, Keyes è riuscito a cogliere qual è l’essenza del disturbo: riportando i dialoghi che avvenivano fra le varie personalità e descrivendo i loro comportamenti, permette al lettore di conoscerle e distinguerle. L’autore, grazie alla sua capacità di porre al paziente le domande giuste, non ha tralasciato nemmeno un dettaglio della sua travagliata storia, garantendo al lettore una conoscenza a 360° del caso di Milligan e di quanto possa essere affascinante e allo stesso tempo devastante il disturbo dissociativo dell’identità: ha raccontato dei vuoti di tempo che aveva Billy quando era bambino, dove prima si trovava a scuola e un attimo dopo era a dormire nel suo letto, degli interessi di ogni personalità e delle loro vicende personali, di come alcune cacciavano Billy nei guai e poi lasciavano il posto a qualcun’altro per pagarne le conseguenze, dello scopo affidato ad ogni identità e di come le più autorevoli di queste avessero deciso di far addormentare il Billy originale, per proteggerlo dai suoi atti suicidi, e stabilito delle regole di comportamento da dover rispettare per poter prendere il posto e manifestarsi al mondo esterno, in modo da non cacciarsi nei guai, e che, in caso di violazione, la pena sarebbe stata venir classificati come indesiderabili con l’assoluto divieto di manifestarsi.

Questo libro è una denuncia a tutti i genitori violenti e alle conseguenze che gli abusi possono avere sulla psiche di un bambino. Attraverso la narrazione si entra in empatia con il protagonista e si comprendono le sue paure: si dimentica il suo aspetto iniziale di perpetratore e ci si sofferma sul suo essere la vittima, vittima di un patrigno violento e stupratore che ha causato nel Milligan bambino la frammentazione della sua psiche. La biografia di William Stanley Milligan è consigliata a tutte le persone interessate di disturbi mentali, di psicologia forense e ai curiosi di storie vere di criminali, ma soprattutto a chi è interessato a conoscere nel dettaglio il disturbo dissociativo dell’identità di Billy. Non a caso Billy, Allen e Arthur, due delle sue personalità, hanno scelto Daniel Keyes come scrittore della loro vita: citando Arthur “Vorrei che raccontasse la nostra storia nello stesso modo in cui entra nella testa del suo personaggio. Per far capire il problema di Billy, bisogna raccontarlo dall’interno. Lo scrittore dovrà mettersi nei panni di Billy”. Direi che l’autore c’è perfettamente riuscito.

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