
Parmigianino - Kunsthistorisches Museum Wien, Bilddatenbank
Saulo frattanto, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati. E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all'improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Rispose: «Chi sei, o Signore?». E la voce: «Io sono Gesù, che tu perseguiti! Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare». Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce ma non vedendo nessuno. Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda.
Così, in Atti degli apostoli, capitolo 9, viene descritto il terribile capitombolo in cui incorse il fariseo Saulo, che, da lì a poco, sarà conosciuto come Paolo, il San Paolo apostolo della tradizione cristiana. Terribile perché segnerà il destino di Saulo, ma anche della chiesa di Gesù Cristo, e soprattutto di tutto il mondo nei secoli a venire: se infatti egli non fosse caduto, non si sarebbe convertito, non avrebbe aderito a quella che fino ad allora era ritenuta una setta sovversiva di poco conto, e non avrebbe intrapreso quei viaggi missionari che hanno segnato l’inizio della predicazione cristiana.
Lo stesso Saulo\Paolo ricorda il ruzzolone, variando un po’ qualche dettaglio, ai capitoli 22 e 26 di Atti, quando parla della sua storia, e di come sia finito in catene, prima col governatore Porcio Festo, e poi col re Erode Agrippa; anche variando qualche elemento (la luce accecante, la voce misteriosa, la reazione dei compagni di viaggio) l’avvenimento fisso è quello della caduta. E proprio di questo, in cinque minuti vogliamo parlare: come cadde Paolo? La risposta immediata e naturale sarebbe: da cavallo! Ma come lo sappiamo? Lo sappiamo … no, non lo sappiamo, noi lo immaginiamo, perché ci viene suggerito dalle rappresentazioni artistiche della conversione, diffuse dall’arte sacra.
La presenza del cavallo
In effetti, la tradizione artistica cristiana ha rappresentato la caduta a terra come una caduta da cavallo, ma il particolare è assente dal resoconto biblico, sebbene sia verosimile, trattandosi di un evento occorso durante un viaggio, l’iconografia paolina è così fortemente caratterizzata dalla presenza dell’animale, che diventa così importante, tanto da rubare a Paolo il focus dell’attenzione dello spettatore, quasi da essere l’animale il vero protagonista dell’opera,

Conversione di san Paolo, dipinto di Caravaggio (1600-1601, attualmente conservato nella Basilica di Santa Maria del Popolo a Roma).
opera d'arte fotografata è nel pubblico dominio
un’aggiunta artistica che rende più accessibile la metafora cadere\rialzarsi, grazie all’intervento divino, oltre a rifarsi a una tradizione mitopoietica già presente nella cultura pagana, basti pensare a Fetonte che precipita dopo aver rubato il carro a Helios.

Fetonte abbattuto da Zeus Jan Carel van Eyck (1636-1638)
Le rappresentazioni più antiche dell’evento però, non ritraggono il cavallo, vedi ad esempio, questa figurazione in una miniatura della Topografia cristiana di Cosma Indicopleuste, pseudonimo di Costantino di Antiochia, della seconda metà del VI secolo

Miniatura da Cosma Indicopleuste, Topografia cristiana, Biblioteca Apostolica Vaticana, Cod. vat. Gr. 699, fol. 83v . (© BAV),
Topografia cristiana di Cosma Indicopleuste, pseudonimo di Costantino di Antiochia.
L’originale alessandrino ci è pervenuto in una copia costantinopolitana di IX secolo, conservata nella Biblioteca Apostolica Vaticana. In effetti, nulla, nel testo biblico, lascia pensare a una caduta da cavallo, anzi, in Atti 26 è presente la frase “guidato per mano dai miei compagni”, che lascia trasparire l’idea di un viaggio compiuto a piedi.
A questo schema iconografico aderisce perfettamente il mosaico della cappella Palatina a Palermo, dove, tra gli episodi della vita di Paolo, possiamo vedere l’Apostolo a terra, inerme, colpito da un fulmine solido come un lungo dardo d’oro.

Perchè allora, inserire il cavallo?
Il monumento equestre, ricorre spesso nella storia dell’arte, riassumendo le istanze di gloria e solennità, non solo in rappresentazioni celebrative di militari o regnanti, ma anche nella raffigurazione di santi che abbiano dimostrato di possedere virtù come il coraggio, messo al servizio della causa cristiana: per esempio san Giorgio, o l’arcangelo Michele.

Icona di san Giorgio (1725 – 1750), conservata a Palazzo Pitti – Firenze

Michele - icona di Novgorod, fine del XIV secolo. Museo Russo, San Pietroburgo
Ecco spiegata allora la presenza del fiero destriero: è simbolo di vanità e orgoglio per eccellenza, quell’orgoglio che a Paolo è stato strappato dalla caduta più famosa della storia, e che, grazie all’inganno (pedagogico) dell’arte, è entrata per sempre nell’immaginario collettivo, indissolubilmente legata al cavallo.

Giovan Battista Gaulli (1690), Conversione di San Paolo conservata nella Chiesa di San Paolo, Fiastra