Come definireste Matteo Renzi se non "un cospiratore"?
E il parlamento cos'è altro se non un'arena in cui gruppi spesso eterogenei di persone cospirano di continuo l'uno contro l'altro?
La massoneria cosa fa?
Come definireste le persone che si organizzarono per uccidere JFK?
Che cosa sono in fondo i servizi segreti se non organizzazioni specializzate in cospirazioni?
Cosa succede nell'ufficio del capo dell'ENI il giorno in cui quella società viene accusata di corruzione?
Cosa fanno alcuni palazzinari il giorno stesso in cui c'è un devastante terremoto?
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Di complotti e cospirazioni è pieno il mondo e questo è il motivo per cui esistono anche "teorie del complotto", ovvero supposizioni attorno all'esistenza di complotti.
Entrambe le cose hanno ragion d'essere, una loro ontologia.
Tuttavia sono cose molto diverse fra loro.
In particolare i meccanismi di verifica dell'uno e dell'altra sono completamente diversi.
Un complotto bisogna scoprirlo: è roba segreta, un complotto smascherato cessa di essere tale, o almeno - molto spesso - cessa di essere efficace (sempre che si agisca in tempo).
Una teoria del complotto bisogna provarla: si rivela corretta nel momento in cui veniamo a conoscenza di prove che esso sia in atto o lo sia stato.
Per fare un esempio macroscopico: gli armeni sostengono che quello ad opera dei turchi fu un genocidio perché fu pianificato in segreto.
Per decine di anni si è cercata la "pistola fumante": un dispaccio, una relazione, una comunicazione scritta che testimoniassero il semplice fatto che i vertici turchi avevano la precisa intenzione di sterminare la popolazione armena.
Ovviamente quello armeno, noi, possiamo chiamarlo genocidio lo stesso: il giudizio storico su quei fatti alla luce dei dati storiografici non può che essere di condanna assoluta.
Tuttavia la pistola fumante non fu mai trovata tanto che oggi coloro che oppongono alla tesi del genocidio affermano che le pratiche che portarono alle morti di massa - ad esempio i massacri nei quartieri armeni e le deportazioni in condizioni disumane - non erano appannaggio dei soli turchi.
Pistola fumante che invece abbiamo, ad esempio, nel caso della shoà: sentito mai parlare di "soluzione finale"?
Conclusione: possiamo esercitarci a teorizzare decine e decine di complotti, ma queste rimarranno solo e sempre teorie fino a quando non troveremo il modo di verificarle.
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Va da sé che la maggior parte delle teorie del complotto è sbagliata.
Ma a questo punto si produce un grosso problema: così come non possiamo verificare che sono corrette, spesso non siamo in grado di verificare che sono sbagliate.
Il ché offre la possibilità di credervi.
La natura stessa della teoria del complotto implica che il meccanismo tramite il quale qualcuno sostiene l'esistenza di un complotto è lo stesso tramite il quale qualcuno sostiene l'esistenza di un dio: la fede.
Chi crede in un complotto troverà "segni" della sua esistenza ovunque, spesso ignorando i segni opposti.
Di qui la continua riproposizione del corax, una figura retorica molto famosa in base alla quale qualsiasi prova a detrimento di un argomento - il questo caso il complotto - diventa prova del suo contrario.
Esempio. Recentemente è uscito un articolo che afferma, su basi scientifiche, che il COVID-19 non è un virus ingegnerizzato in laboratorio.
Dovremmo dunque invalidare le decine di teorie del complotto che immaginano la costruzione in laboratorio di quel virus da parte di certi cattivi per scopi malevoli contro certi buoni.
E invece no: i teorici del complotto - e ho visto un video complottista proprio ieri - hanno già anticipato che LORO, cioè i cattivi, stanno in tutti i modi cercando di coprire il misfatto.
Il loro argomento sarà: vedete? LORO hanno nascosto tutto fino a oggi, hanno insabbiato le prove, e ora - guarda caso proprio ora - uno scienziato su una rivista mainstream pubblica un articolo che afferma l'origine naturale del virus! Questa è la prova del fatto che il complotto c'è stato.
Bene, aggiungiamo in chiusura di questa sezioncina che dal punto di vista narratologico la teoria del complotto funziona sempre: in qualsiasi storia la narrazione è disseminata di segnali/segni senza i quali non sapremmo dove il racconto va a finire o vuole andare a parare.
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Dunque: il mondo è pieno di complotti, di teorie del complotto e anche di persone che credono in una o più teorie del complotto.
Chi crede in un complotto baserà la propria caparbietà sull'unica realtà verificabile: al mondo le cospirazioni esistono e le persone non fanno altro che cospirare.
Ci sono anche persone che ritengono che siano proprio i complotti a far girare il mondo, quindi appena succede qualcosa di grosso e brutto cercano una teoria del complotto a cui credere.
Queste persone le riconosci perché per spingerti a credere nel complotto citano altri complotti.
Poiché risalgono nella storia come i salmoni verso la sorgente, possiamo addirittura individuare la loro fascia di età in base ai complotti che citano.
La serie dei più vecchi, oggi, dovrebbe essere quella che risale all'atterraggio ufo.
Poi viene il falso atterraggio sulla luna.
Poi l'11 settembre.
Eccetera, fino al coronavirus.
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In questa parte userò esempi. Anzi, un esempio per ogni concetto espresso. Sta a voi trovarne altri.
Ok, ora che abbiamo dato un quadro dell'argomento, ho intenzione di raccontarvi qual è uno dei sistemi più semplici ed efficaci per scartare la maggioranza delle teorie del complotto. O meglio: per discernere ciò che davvero non ha senso discutere e ciò su cui vale la pena fare qualche ragionamento.
Il sistema è focalizzarsi sulla variabile del tempo.
Nella realtà il FATTO precede la COSPIRAZIONE
Nella teoria la COSPIRAZIONE precede il FATTO
Facile.
Bene, mettiamo una teoria della cospirazione rivelatasi falsa sull'asse del tempo e facciamo la nostra analisi.
Nel 2011, a seguito delle rivolte arabe, fiorirono un buon numero di teorie della cospirazione.
Alcuni dissero che era tutto preparato dagli americani (o anche dagli israeliani), che avevano seguito il modello delle "rivoluzioni arancioni".
Ciò che invece avvenne fu che a seguito delle rivolte arabe gli americani tramarono per evitare quella che Hillary Clinton definì la "tempesta perfetta", cioè la liberazione del mondo arabo dal giogo della tirannide.
In Egitto, ad esempio, preferirono il governo dei Fratelli Musulmani a coloro che davvero la rivolta avevano promosso (quegli stessi che secondo alcuni erano stati addestrati per organizzare la rivolta).
Quando i Fratelli Musulmani vinsero - rubandole - le elezioni, gli americani non esitarono ad appoggiare il neoeletto Mohammed Morsi.
Chiusa: i complottisti erano concentrati sulla cospirazione sbagliata.
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Parliamo adesso delle origini delle teorie della cospirazione.
Nello scrivere il mio libro sulla Siria ho usato un lavoro di Matthew Gray dal titolo "Conspiracy theories in the arab world" (Routledge, 2010).
In quel contesto mi serviva una base teorica riferita al mondo arabo ma, leggendo il libro, ho capito che aveva un respiro più ampio.
L'argomento è il seguente: nei regimi autoritari arabi le fonti delle teorie della cospirazione sono due, le masse e le élite.
Nel primo caso le teorie della cospirazione nascono per l'assenza di comunicazione/relazione fra élite e popolazione.
Le masse hanno la sensazione, reale, che succedano cose di cui loro non sanno o non possono sapere nulla.
Percepiscono, a ragione, che qualcuno stia tramando contro i loro interessi e immaginano - sbagliando quasi sempre - queste trame.
Nel secondo caso le teorie della cospirazione nascono per nascondere le trame reali o le malefatte o gli interessi che le élite perseguono.
Pensate al topos della "cospirazione esterna" che, internamente, usa una "quinta colonna" per raggiungere il proprio obiettivo.
Quante volte avete visto un dittatore parlarne?
Personalmente decine di volte.
Esempio di teoria della cospirazione dal basso, ripresa dal libro di Gray:
Una di esse, molto comune in Siria dopo il 2000, stabiliva che Hafez al-Asad non fosse morto, come riportato, il sabato 10 giugno 2000, bensì qualche giorno prima: mercoledì 7 o giovedì 8 giugno sono spesso indicate come le date “reali”. La teoria recita che la data reale della morte di Hafez fu nascosta dal circolo ristretto del presidente – fra gli altri dal vice presidente Abd al-Halim Khaddam e dal Ministro della difesa Mustafa Tlass – così da avere il tempo di organizzarsi per mantenere le proprie posizioni, evitare un colpo di stato o altri atti destabilizzanti e così garantire all'elite posizioni e consenso oltre a un trasferimento indolore al presidente fantoccio: Bahsar".
Esempio di teoria della cospirazione dall'alto, ripresa da "Islam in 20 parole":
Nel 1967 l'orientalista americano Bernard Lewis pubblicò un libro dal titolo Gli assassini: una setta radicale nell'Islam. Vi si raccontava la nascita, lo sviluppo e la (parziale) morte di un ramo particolarmente settario della confessione ismailita, i Nizari (XI-XIII secolo), parte del grande e variegato albero dello sciismo.
Leggendo il libro si capiva che il titolo era un po' “ad effetto”. Identificare quella setta con il nome “Assassini” significava raccontarne la storia europea, è con esso che l'abbiamo conosciuta in Occidente fin dal XII secolo. Storici e viaggiatori occidentali dell'epoca, narrandone le efferatezze, si riferivano alla sua attività in Siria, luogo dove spregiativamente i suoi adepti venivano chiamati hashashin, erbaccia, e non al suo luogo di nascita, la Persia settentrionale ... Intitolarlo agli “assassini” lanciò dunque un gancio particolare, forse non voluto, e cioè che l'assassinio politico fosse “un'invenzione” dei musulmani, o comunque qualcosa di costitutivo del loro agire: “se ancora oggi anche noi li chiamiamo assassini un motivo ci deve essere!” avrebbe potuto pensare un lettore disavveduto.
La Storia, di cui lo stesso studioso portava un buon numero di esempi, ci racconta però una cosa molto diversa: laddove c'è un sovrano, una corte, un despota o un regime ci sono anche gruppi di qualche genere che ordiscono trame omicide. Nel particolare contesto dell'Europa tardo-medievale e poi rinascimentale i sicari incaricati di portarle a buon fine presero spesso il nome di “assassini” perché gli stessi congiurati cercavano di addossare le responsabilità di quegli atti delittuosi ad “agenti esterni”. E cosa c'era di più lontano, esotico e insondabile di un'accolita di “fumatori di hashish” comandata da un Vecchio della Montagna arroccato in una fortezza della Persia?"
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Ovviamente quando abbiamo a che vedere con regimi dittatoriali le dinamiche su esposte sono molto evidenti perché tecnicamente le dittature SONO accolite di cospiratori.
Ma osservando ciò che succede nelle democrazie avanzate possiamo dire che il meccanismo è lo stesso, anche se più complesso.
Per quanto riguarda le teorie della cospirazione "dal basso" la differenza fra i due contesti politico-sociali sta nella pluralità delle voci e degli strumenti con cui essere vengono diffuse.
Ad esempio nelle democrazie avanzate ci sono veri e propri freelance della teoria del complotto, cioè persone che scrivono post, articoli o libri, fanno notiziari video e documentari teorizzando complotti ogni giorno e per ogni cosa.
Non importa il contesto - del quale si può essere più o meno esperti - importa estrarre da esso la supposta cospirazione (il maestro assoluto di questo vero e proprio genere letterario è Daniel Estulin). E vendere copie sfruttando il fatto che l'aforisma andreottiano che recita "a pensar male degli altri si fa peccato ma spesso si indovina" è ormai entrato nelle pancie di milioni.
Chi questi freelance servano, se prendano denaro da qualcuno per fare quello che fanno o se semplicemente provino a farsi spazio nell'affollato mondo dell'infotainment è di relativo interesse, qui.
Di fatto forniscono materia grezza su cui chiunque può ordire la sua tela decettiva.
Un esempio molto doloroso a proposito delle dinamiche che si attivano quando uno di questi buffoni scrive una idiozia complottarda riguarda la diffusione di teorie della cospirazione nelle prime settimane dopo l'assassinio di Giulio Regeni (estrapolo dal mio libro, ancora. Scusate ma il tempo è prezioso e riscrivere le cose è perfettamente inutile):
Successivamente si fa avanti con maggior forza la versione secondo cui Regeni era sì un agente segreto, ma britannico. In questo caso la logica del “c’è qualcuno che vuole minare i rapporti fra Italia ed Egitto” si sposta all’estero e assume ancor più la caratteristica della spy story. Il primo a metterla in campo, il 7 febbraio, è Antonio de Martini, curatore del blog Il corriere della collera che, secondo Conflitti e strategie (un blog che si occupa di “geopolitica” in cui entriamo in un intricato mondo fatto di post-fascisti, post-comunisti e rosso-bruni) sarebbe “un imprenditore dalle molteplici attività in Medio Oriente e in Nord Africa, profondo conoscitore della cultura e del mondo arabo, esperto geopolitico con numerosi addentellati nel mondo diplomatico e nelle strutture italiane di relazione con i diversi paesi”. Quale sia il pulpito dal quale de Martini predica si capisce, ad esempio, quando afferma che gli italiani ad al-Sisi “dovrebbero fargli un monumento”. Ma la palla, il 16 febbraio, passa a un altro famoso complottista, Maurizio Blondet, che esordisce così: “La cosa è ormai così evidente che anche i media ufficiosi lo fanno capire: era un agente. Britannico. Incaricato di inserirsi nei gruppi sindacali anti-regime. Mandato allo sbaraglio, approfittando della sua ingenuità?”. Risparmiando al lettore una valutazione sulla complessa psicologia dell’autore, che mette il punto interrogativo al termine di un ragionamento col quale vorrebbe affermare un’evidenza, è da notare qui l’introduzione dell’elemento “ingenuità”, che ricollegandosi sottilmente al filone dei “bambocci italiani”, costituirà un altro dei leitmotiv su cui si eserciteranno in molti. Per Blondet l’American University del Cairo, presso la quale Regeni era soltanto visiting scholar, ovvero ospite, “non è solo un centro di perfezionamento dei funzionari della Cia” ma anche “il centro di raccolta ideale per identificare, promuovere, selezionare, profilare ‘amici degli Stati Uniti’ che saranno destinati a diventare in futuro esponenti di governi, ministri, direttori di giornali, insomma membri della classe dirigente locale
con lo stampino di ‘amici dell’America’. Oppure anche agenti informatori, infiltrati; o anche agitatori di piazza per rivoluzioni colorate o fiorite, secondo i casi”. Questo è solo un esempio: tutto l’articolo di Blondet è uno strampalato atto di accusa nei confronti del mondo anglosassone, e in particolare del mondo accademico: gli studiosi e le istituzioni cui Regeni faceva riferimento sarebbero una delle punte di diamante del grande impero anglosassone che trama contro al-Sisi e l’Italia. E Regeni stesso sarebbe stato “un agente di Sua Maestà. Forse, perfino senza saperlo – come accade alla gente di sinistra”. Gli elementi “ingenuità” e “appartenenza ai servizi segreti britannici” saranno poi ripresi in forme diverse, forse più sfumate nei toni, ma talvolta allarmanti perché svolti con assoluta superficialità. Il 16 febbraio testate come Il Giornale e La Stampa interpretano in senso “spionistico” la notizia secondo cui Regeni (il cui curriculum era già ampiamente conosciuto da tutti) aveva lavorato per “un’azienda d’intelligence fondata da un ex funzionario americano implicato nello scandalo Watergate”. Per Alessandra Rizzo della Stampa, “La storia di Giulio Regeni porta stranamente alla porta di un vecchio scandalo, quello di Nixon. Mentre viveva in Gran Bretagna, lo studente friulano aveva lavorato per un anno presso un’azienda d’intelligence fondata da un ex funzionario americano implicato nello scandalo Watergate. Oggi, i suoi ex colleghi e amici presso la compagnia, la Oxford Analytica, sono tra i promotori di una petizione che chiede al governo britannico di fare pressione sulle autorità egiziane che indagano sulla vicenda”. A spiegare – ma si sa che le rettifiche hanno poco impatto – cosa fosse Oxford Analytica e quanto fosse irrilevante la collaborazione di Regeni con quella società è Andrea Teti, professore associato all’Università di Aberdeen e direttore, in quell’ateneo, del Centre for Global Security & Governance. Sul Fatto Quotidiano il giorno seguente dice: “A mio avviso, questo elemento [cioè la collaborazione, n.d.r.] è assolutamente irrilevante: è una collaborazione come tante, fatta magari per guadagnare qualche soldo in più, per un po’ di esperienza, o per rafforzare il curriculum. Arrivare a dire che Oxford Analytica si possa considerare un’organizzazione ‘politica’ è ridicolo. Evidentemente coloro che scrivono cose del genere non hanno alcuna idea di cosa sia Oxford Analytica. Se coloro che fanno queste illazioni [cioè che Regeni fosse una spia britannica, n.d.r.] hanno elementi concreti, che li rendano noti ma non lo fanno perché non ne hanno, e non ne hanno perché non ce ne sono”. Aggiunge, per chiudere: “basta riflettere: se scrivessi un pezzo per loro diventerei quindi corresponsabile della politica cambogiana degli Usa durante la presidenza Nixon? È un assurdo che passa nel generale silenzio mediatico”.
Quanto alle teorie della cospirazione che arrivano dall'alto c'è da osservare che in ambedue i casi, cioè nel mondo delle democrazie e in quello delle dittature, sono parte integrante del sistema della propaganda.
Cambia unicamente il numero di voci e la qualità e quantità degli strumenti di diffusione.
Leggendo "Otranto 1480" (Vito Bianchi, Laterza, 2016) ho incontrato quello che può essere preso come esempio: gli ottomani per evitare che le spie capissero quali fossero le intenzioni del sultano durante la preparazione di una guerra, cioè dove il sultano volesse colpire, diffondevano un numero indefinito di voci false.
Queste voci, interagendo fra loro, creavano un rumore di fondo nel quale la soffiata vera si mescolava, si confondeva.
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Voglio lasciarvi con una riflessione molto seria su ciò che lega tutto questo alle cosiddette bufale/fake news: spero si sia compreso che sul piano dell'impatto reale sulla società le teorie del complotto sono dannose soprattutto quando sono funzionali all'esercizio del potere politico o economico, o a un tentativo di esercitarlo.
Ma le teorie del complotto sono solo una parte di una costellazione di dispositivi che, come nel caso delle spie ottomane, riescono a farci parlare delle cose sbagliate al momento sbagliato.
Il 17 ottobre 2004 Ron Suskind scrisse un articolo sul New York Times che anticipava l'elaborazione recente attorno alla "realtà alternativa".
Si intitola "Fede, certezza e la presidenza di George W. Bush".
In seguito il pezzo fu molto citato ma ancora più spesso la citazione del paragrafo più importante, che riporto qui in traduzione per intero, era parziale.
Nell'estate del 2002, dopo aver scritto un articolo su Esquire riguardo all'ex direttore della comunicazione Karen Hughes che alla Casa bianca non piacque, ebbi un incontro con un consulente senior di Bush. Mi rappresentò il disappunto della Casa bianca e mi disse una cosa che sulle prime non compresi bene ma che ora credo sia essenziale per capire la presidenza Bush. L'assistente disse che quelli come me erano parte di <<ciò che chiamiamo comunità basata sui fatti [reality-based community]>>, che egli definì come <<gente che crede che le soluzioni emergano grazie a uno studio scrupoloso della realtà percepibile>>. Annuii e biascicai qualcosa sui principi dell'illuminismo e dell'empirismo e lui mi interruppe: <<Il mondo non funziona più così...>> continuò <<siamo un impero, adesso, e agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi studiate quella realtà - scrupolosamente quanto volete - noi agiamo di nuovo, creando altre nuove realtà. Potete studiare anche queste, ecco come vanno le cose. Noi siamo attori della storia... e voi, tutti voi, siete lasciati lì a non far altro che studiare quello che facciamo noi>>.
Capita l'antifona?