Il muro: nuovo mito americano

Il muro: nuovo mito americano

By Lorf | Ideolog | 1 Jan 2022


Nella prima puntata della quarta stagione di The Good Fight, una serie che racconta le vicende di uno studio di avvocati afroamericani nella Chicago di questi anni, Diane Lockhart, un’avvocatessa bianca che fa parte dello studio ha un brutto incubo: si trova in un mondo in cui Trump non ha vinto le elezioni ma le cose non vanno affatto bene (anche perché si scopre che suo marito è morto). A un certo punto, al minuto 33, Diane assiste a uno show in televisione in cui un famoso troll della destra rispolvera “This land is my land”, una vecchio inno alla libertà (di movimento) made in US dello storico cantante folk Woody Gutrie, ma in chiave trumpiana: invece di cantare “questa terra è la mia terra” il troll canta “questo muro è il mio muro”.

The Good Fight è una serie televisiva apertamente schierata con i democratici, pur non risparmiando ad essi pesanti critiche, e certamente il parallelo tracciato è forte – l'obiettivo è descrive Trump come un antiamericano. Rimane, allo stesso tempo, una chiara descrizione di ciò che gli Stati Uniti hanno vissuto in questi anni attorno alla costruzione, reale o meno, del muro che dovrebbe separare gli Stati Uniti dal Messico: la sostituzione del mito della frontiera con quello del confine. Il mito della frontiera, insieme al “sogno americano” e al razzismo, sono elementi fondativi della “mente americana”. Nei suoi appunti di storia americana Alessandra De Luca lo descrive così:

La prima definizione del sostantivo frontiera è senz’altro linea di confine, ma ne esiste un’altra, che viene a delinearsi man mano che le popolazioni di origine europea si stanziano in America e ne conquistano il territorio: una stretta striscia di territorio che si trova a ridosso del confine. Nella storiografia statunitense, a partire dal 17° secolo, il termine aveva modificato il suo significato originario. Indicava infatti non tanto il confine come demarcazione, quanto una regione scarsamente e recentemente popolata, in particolare i territori dell’ovest, a contatto diretto con le terre non colonizzate … A seconda di dove ci si colloca la frontiera è sia una linea che avanza sia una linea che retrocede. Poiché è già libera, la terra libera può solo restringersi, arretrare; quello che avanza e si espande non è la libertà ma la colonizzazione. La frontiera che avanza non rappresenta dunque l’espandersi della libertà ma la diminuzione delle condizioni spaziali su cui la libertà è predicata e, conseguentemente, la riduzione delle infinite possibilità di sfruttare la libertà stessa ... La frontiera che avanza è sì il luogo di partenza di possibilità infinite, ma anche il punto in cui queste possibilità iniziano a restringersi, la libertà infinita è una onnipotenza solo virtuale, ciò la rende narrativa e poetica al tempo stesso, uno spazio letterario, tanto da essere lo sfondo di opere prodotte sia in America del nord, Henry James in Ritratto di signora, che del sud, Esteban Echeverría in La cautiva o José Hernández nel Martin Fierro … 

Il mito della frontiera è al centro di un saggio di Greg Grandin, professore di storia alla Yale University dal titolo The end of the myth: from the frontier to the wall in the mind of America, New York: Metropolitan books, 2019). In questo lungo escursus storico l’accademico di Yale, oltre a raccontarne nascita e vita, ne descrive la morte e, soprattutto, la sostituzione. Al termine del suo ragionamento si trova infatti una riflessione su come, dopo decenni di globalizzazione e di “Guerra al terrore”, gli Stati Uniti si siano ripiegati su se stessi, abbandonando l’idea che uno spazio esterno si possa ancora conquistare, colonizzare, razziare. All’idea di un’espansione infinita si sostituisce uno spazio interno da proteggere. La libertà non è più fuori ma dentro, è delimitata da un “confine” che, per questo, deve essere ben chiaro, delineato e difeso. Di qui l’elaborazione di un nuovo mito, quello del “muro” che trova la sua elaborazione negli annunci di Donald Trump che contribuiscono alla sua vittoria elettorale, e che, sottolinea Grandin, non importa se si tradurranno in realtà:

Quel muro potrebbe essere costruito o no. Ma se anche solo permanesse come esosa voce di bilancio, come perpetuo chip negoziale tra il Congresso e la Casa Bianca, la promessa di un nastro di cemento e acciaio lungo duemila miglia e alto dieci metri che corre lungo il confine meridionale degli Stati Uniti serve al suo scopo. È il nuovo mito americano, un monumento alla chiusura definitiva della frontiera. È il simbolo di una nazione che credeva di essere sfuggita alla storia, o almeno di aver camminato sopra la storia, ma ora si trova intrappolata nella storia, il simbolo di un popolo che si credeva lanciato nel futuro e ora è prigioniero del passato. [Introduzione]

Il mito del muro, così come quello della frontiera, non è solo un costrutto culturale ad uso delle masse, ma anche e soprattutto un progetto economico per una delle industrie trainanti dell’economia statunitense: l’industria militare. La guerra non è più di conquista ma di posizione.

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Non sono: giornalista, professore, scrittore, attivista. I commenti inutili o denigratori saranno inesorabilmente cancellati. Scrivete articoli e metteteci la faccia invece di rubare il tempo agli altri. Questo è il mio blog, non il vostro sfogatoio.

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