Le fiabe islamofobe più belle

By Lorf | 2 cents | 21 Feb 2020


Il libro che non ho mai scritto voleva raccontare cos’è l’islamofobia partendo dal suo principale mezzo di trasmissione: la menzogna.

La paura per l’islam e per i musulmani, un sentimento che degenera in odio e talvolta sfocia in violenza, si basa per lo più su luoghi comuni errati, su stereotipi vecchi e nuovi.

Ma scema se non si alimenta ogni giorno di falsi, riciclaggio di falsi e spesso di news “lette male” da ottusi vari, utili idioti, imprenditori e politici della paura.

Scavare negli oscuri anfratti islamofobi è un compito ingrato.

Chi lo intraprende, si trova spesso a maledire il giorno in cui ha deciso di iniziare a farlo e, soprattutto, sperimenta l’onnipresenza dell’impulso irrefrenabile di inveire, maledire, scaricare rabbia repressa.

Il libro che non ho mai scritto non voleva essere livoroso: ambiva a dimostrare che descrivere i corsi e gli improbabili o inquietanti ricorsi della menzogna islamofoba, individuarne nuclei narrativi, tematici o stilistici stabili può essere una cosa davvero molto divertente oltre che istruttiva.

Sono convinto, d’altronde, che polemizzare coi razzisti, cioè con chi abita quel mondo in cui matura l’islamofobia, sia controproducente; essi, invece, andrebbero educati oppure, se recidivi o ostinatamente chiusi, messi in condizione di non nuocere.

Inoltre, ridere di chi odia fa bene, ogni tanto: rende meno amaro lo sciroppo anti-ulcera che a causa di questi haters ci tocca inglutire su base quotidiana.

Oltretutto canzonare l’islamofobo può far bene all’islamofobo stesso.

***

Il titolo che avevo scelto per il libro contiene alcuni suggerimenti, alcuni indizi riguardo suo al contenuto.

Avrei potuto intitolarlo “Critica delle narrazioni anti-islamiche” o, ancora peggio, “Islamofobia fra propaganda e fake news”.

Titoli freddissimi e contemporaneamente meno accurati perché ritengo che nel nostro caso debba essere usata l’ironia.

La mia convinzione si fondava su tre ragioni.

La prima è che in un saggio ricco di casistica ma ben lontano da un qualsiasi canone accademico, l’uso dell’ironia produca scorciatoie utili a far emergere la visione, la posizione di chi scrive, una posizione molto netta.

La seconda è che in tanti prendono davvero sul serio le storie che avrei narrato – ci credono o fingono di crederci – e ciò è mostruosamente stupido, è qualcosa che non possiamo permettere per un motivo molto stringente: stupidità simili sono elementi annichilenti, depotenziano qualsiasi presa di posizione, qualsiasi argomento o tema.

Inoltre spesso le stupidità vere o presunte o rivendicate sono lo strumento – disperato o sofisticatissimo – di chi, non trovando aperture argomentative, si pone più o meno coscientemente l’obiettivo di squalificare l’intera discussione – e dunque l’avversario – facendola scendere al proprio livello.

Certi suprematisti si esercitano con fierezza proprio in quest’arte urlando “sono fiero di essere islamofobo”.

E in effetti l’essenza del suprematismo è forse proprio affermare che la propria stupidità debba prevalere, guardate Donald Trump.

Certa propaganda islamofoba raccoglie il vento seminato al precipuo scopo di scatenare una tempesta.

Queste non sono persone che vanno comprese bensì avversate, la loro stupidità – come insegna la vita in rete, specie nei social dove è normale sfruttare quell’egualitarismo strutturale che potremmo anche definire “disintermediazione” – è una vera e propria arma.

La terza ragione è che l’unica speranza, anche remota, di far capire qualcosa agli islamofobi, quelli in buona fede ma non per questo meno orgogliosi, è prenderli per i fondelli, ridere di loro, metterli in ridicolo.

E quando affermo questo sono molto serio.

Le opinioni e le idee, oggi, sono plasmate sempre di più da ciò che alle persone arriva tramite il telefono, e in particolare tramite quei sistemi di adesione a un qualsivoglia senso comune che chiamiamo social network.

Questi ultimi, come dimostrano decine di studi, finiscono per determinare grosse “casse di risonanza” (echo chambers) attorno a specifici argomenti polarizzanti (vaccini, migrazioni, alimentazione ecc.): gli utenti, si dimostra, non fanno che cercare e trovare argomenti e notizie (vere o false non importa) che confermino le proprie idee attorno all’argomento in questione.

A trainare la psicologia dei singoli è il “pregiudizio di conferma” (confirmation bias) e forse per instillare il dubbio in persone che hanno questa quasi religiosa fissazione bisogna far loro sapere che le idiozie di cui parlano fanno davvero ridere, che le loro puerili convinzioni li rendono ridicoli, li espongono – nudi – alla pubblica derisione.

Scatenare la vergogna di sé in questi soggetti è l’unico modo per scardinare il meccanismo del pregiudizio di conferma? Forse no, lo concedo (anche se attualmente non ne trovo altri. In agguato poi c’è quell’altra disgraziata sindrome, il vittimismo).

Di certo, però, è una strategia utile dal punto di vista emozionale oltre che, appunto, divertente.

***

Nell'introduzione del libro avrei spiegato il perché di quel “più belle”.

Al suo posto, in un titolo più didascalico o descrittivo, avrei potuto mettere un “più longeve”, o “più efficaci”, “più spaventose”, “più assurde”.

Nessuna di queste qualificazioni, tuttavia, avrebbe reso giustizia all’intenzione di chi quelle storie o criptostorie ha inventato, o plasmato, o distribuito, o diffuso.

Chi lo ha fatto, traendo spunto da miti moderni o leggende metropolitane o altro, sapeva che funzionavano in quanto storie, cioè opere di fantasia i cui elementi di realtà hanno l’unica funzione di conferire realismo all’intero costrutto (il ché le rende molto simili alla forma narrativa efficacissima della teoria del complotto).

Le fiabe per funzionare devono essere belle.

Chi le elabora non ha risparmiato in invenzione e creatività, restituendo elaborati di certo ignobili ma anche – se li analizziamo con cura, manteniamo il giusto distacco, usiamo un pizzico di cinismo – assolutamente piacevoli e talvolta esilaranti.

Quanto a noi dovremmo dimostrare di riuscire ad apprezzarne questo lato e a riderne: un passaggio esorcizzante che ci permette, se e quando vogliamo, di prendere sul serio gli effetti nefasti che producono.

***

L’altra parola scelta con cura era “fiaba”: avrei potuto usare “mito” o “leggenda” o “racconto” o addirittura “bufala”, “fake news” ma la verità è che nessuna di queste parole avrebbe inquadrato con esattezza il tipo di narrazione messo in ruolo.

C’è infatti qualcosa che qualifica inequivocabilmente ciò che avreste fruito come “fiabe islamofobe”: l’elemento magico-fantastico.

La fiaba islamofoba è tale perché in essa è centrale il coacervo di misconcezioni, percezioni superficiali ed errate, stereotipi attorno ai quali si agglutina la paura e poi l’odio verso “l’islam”.

Nella fiaba islamofoba l’islam e tutto ciò che si ritiene che ruoti attorno a esso, è l’elemento fantastico.

La prova del nove l’abbiamo quando operiamo un debunking semplice, cioè un’operazione che smaschera le cosiddette “bufale”.

Troveremo che esse hanno un nocciolo “archetipico” e spesso un sottofondo pedagogico.

Spesso sono gli stessi fruitori a riconoscerle come tali quando dicono: “sì, questa storia è un falso, ma il problema esiste”.

***

Vi avrei raccontato, nei limiti del mio sapere, del come e del perché queste fiabe nascono, in che forma, su quali fonti.

Vi avrei informato su quale grado di formalizzazione avrei usato per renderle “narrabili”.

In questo modo avreste potuto controllare il mio operato e giudicarlo.

Le mie scelte sarebbero state dettate, spesso, da quell’imperativo di cui sopra: provare a riderci su.

Dunque dovendo esemplificare la paura dell’invasione dello spazio pubblico a spese degli autoctoni in Europa non avrei raccontato di quella volta che “Il Foglio” pubblicò una foto in cui sembrava che il minareto della moschea di Wangen Bej Olten in Svizzera fosse più alto del campanile della chiesa, bensì di quell’altra in cui Magdi Allam scambiò un ripetitore della Wind per il minareto di una moschea a Milano e inveì contro il muezzin che, da lì, intonava il richiamo alla preghiera.

Sì, dispiace un po’ per “Il Foglio” e per il suo fallaciano direttore, ma fra le due storie non c’è partita.

***

Nell’introduzione al libro vi avrei detto anche che l’analisi della genesi, dello sviluppo e della diffusione di queste storie è una cosa terribilmente seria (ma non per questo barbosa).

Per capire bene dove inizia la fiaba c’è bisogno di un debunking, sì, ma accuratissimo, un qualcosa che non si limiti – per le ragioni sopra esposte – a stabilire cos’è reale e cos’è percepito ma che provi a entrare nei meccanismi più profondi di genesi della narrazione.

Al doveroso grado zero della critica testuale e delle fonti avrei integrato qualcosa di molto meno superficiale, mettendo in campo un sapere complesso che assomma conoscenze di tipo storico, antropologico, socio-culturale, linguistico, cognitivo e psicologico.

In effetti, se partiamo da questo strumentario, il titolo del libro avrebbe potuto essere intitolato “Le fiabe islamofobe: come riconoscerle e dove trovarle”.

La velleità, qui, sarebbe stata però di spiegare sistematicamente al pubblico su quali punti concentrarsi per individuare una fiaba islamofoba.

Sarebbe nata una sorta di enciclopedia o, abbreviando, un’antologia: qualcosa di molto noioso da leggere.

***

Non ho mai scritto Le fiabe perché l’islamofobia ha iniziato a non andare più di moda.

Attenzione, non è che io scriva seguendo le mode: la cosa è molto più profonda.

Quando mi venne l’idea del libro, l’islamofobia era già mediaticamente in declino perché stavano prendendo corpo altre forme di razzismo, più tradizionali.

Ciò che mi colpì fu la continuità delle forme narrative con cui questi razzismi venivano raccontati.

Ciò che era vero per la narrazione islamofobia lo era anche per queste altre forme di razzismo.

E il fatto che l’islamofobia non andasse più di moda segnalava un fatto fondamentale: il razzista inventa storie a prescindere dal soggetto contro il quale si scaglia.

Si lancia in questa attività creativa perché la realtà lo condannerebbe al silenzio.

Insomma non ho mai scritto Le fiabe perché ho capito che il tema vero da affrontare è il razzismo in sé.

Di fiabe e di stupidi si sta riempiendo il mondo e forse ciò che servirebbe è uno stupidario, per quanto incompiuto, della cultura tardocapitalista.

 

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