C'è un bar, alla fine di via Ettore Rolli, che fa i maritozzi con la panna da tempo immemorabile e si chiama "Il maritozzaro".
Fino a qualche anno fa alla cassa c'era un uomo secco e smunto.
Arrivavi e dicevi "Un maritozzo con panna, perfavore" e lui urlava con la voce rotta: "Uno con la panna", in romano "unocaapanna".
Se gli chiedevi ad esempio due cornetti semplici, una bomba alla crema e un maritozzo con la panna lui urlava: "Due cornetti semplici, una bomba alla crema e uno con la panna".
Quell'"uno" era per forza un maritozzo.
Non c'era un altro "uno".
Per economia diceva "uno" e non "un maritozzo", ma - sempre per economia - avrebbe potuto dire "uno" e basta, essendo che nella stragrande maggioranza dei casi gli si chiedeva un maritozzo con la panna, e non un maritozzo vuoto - un qualcosa che quasi nessuno mangia.
Nell'enfasi usata leggevo un lungo sottotesto.
C'era questo modo di affermare una certa quale identità profonda del luogo.
C'era l'enfasi grave dell'araldo che annuncia l'esistenza di un'unità di misura universale.
C'era una specie di continuo thanksgiving al concetto stesso di panna.
Sentivo di volta in volta accenti di stanchezza, arrabbiatura, compiacimento, soddisfazione, noia.
***
Mi sono chiesto che fine abbia fatto il vecchio cassiere del maritozzaro.
Di certo il suo rantolo di amore e speranza continua a riecheggiare fra le mura della capitale se è vero che sulla Gianicolense, superata S. Giovanni di Dio, puoi trovare un'insegna che recita proprio: "Uno con la panna".
Ma perché ha smesso di lavorare? Ha perso la voce?
Per rispondere a questa domanda e altre domande cito Chicca, che a tratti la mette in poesia:
Frequento quotidianamente er maritozzaro da sempre e quando sono a Roma, abito praticamente proprio sopra la serranda e nel pianerottolo di fianco al proprietario che, è sempre lui da sempre, dopo er padre. È alto, diciamo magro e in braccio ha da sempre la sua Cana che ormai sembra imbalsamata invece è viva e lecca panna come se non ci fosse un domani. È un romano de Roma e della Roma quella che non si discute, se ama. È un romano come non se ne trovano più tanti. Alla cassa in serata si alternano i vari baristi, timidi, paffutelli, veloci come razzi, ragazzotti coatti che dietro al bancone si muovono che manco Bolle, e anche loro sono sempre loro che crescono e invecchiano riempiendo cornetti e maritozzi. Il bar è più o meno rimasto uguale a se stesso tranne che alcuni ritocchi obbligati per legge. Le macchine del gelato e per la panna solo le stesse da anni, trattate come delle regine. È un avamposto notturno fin dall'alba dei tempi. Resiste a porta Portese che per un bar è una dura prova, ha resistito ai fascistelli, è stato senza mai snaturarsi, punto di punte per i notturni capitolini di tutti i generi, dai pischelli ai criminali passando per i punk, dark e rockabilly in tutti gli anni settanta, ottanta e novanta poi il duemila ha in/portato altre mode, aprendo la coscienza che mangiare troppi zuccheri fa danno. È un bar di frontiera, dietro c'è Trastevere, da un lato Testaccio, dall'altro Monteverde, davanti viale Marconi, e la Magliana. Davanti a quel bancone ha sfilato l'umanità de Roma vera: tossici, banditi, cravattari, zingari, intellettuali, pittori, carabinieri, netturbini, pizzardoni, ferrotranvieri, signorine della notte, barboni e modelle, studenti, hipster, freakkettoni, borghesia bassa,media ed alta, per non parlare delle aristocrazie capitoline. Tutto è passato, passa e passerà pe' er maritozzaro.