Nel 2001 avevo appena terminato il mio dottorato di ricerca in islamistica e stavo frequentando una scuola di biblioteconomia quando la mia professoressa, Biancamaria Scarcia, mi disse che si apriva una posizione per insegnare a Napoli.
La cattedra era di Storia dell'Islam nell'Oceano Indiano e il settore scientifico disciplinare era il mio: Storia dei paesi islamici.
Feci il concorso per titoli e vinsi, non avevo molti concorrenti.
Il primo anno fu molto bello: avevo un intero corso da immaginare, definire, strutturare e svolgere.
Scrissi una montagna di appunti.
Gli studenti erano pochi e potevo seguirli tutti con attenzione: provenivano da curricula molto diversi fra loro, c'era chi studiava l'India, chi l'Africa, chi l'Indonesia.
C'era chi studiava proprio islamistica, che gioia.
Mi davano 8.000 euro l'anno, ci potevo stare, ma a partire dall'anno successivo non andò bene.
Mi dimezzarono il compenso, ogni anno, fino a che non finii con 1.800 euro l'anno: con quei soldi non riuscivo nemmeno a pagarmi le trasferte a Napoli.
Poi uscì un concorso da ricercatore proprio a Napoli e non lo vinsi, arrivai secondo.
Vinse un uomo di 60 anni.
Mi dissero: non potevamo non dare a lui il posto, è stato tenuto ai margini per troppo tempo.
E, in più, tu sei *figlio* di Biancamaria Scarcia e lei non è molto amata da queste parti: considera questa bocciatura una specie di rito di iniziazione.
Non uscirono più concorsi, però, quindi rimasi *iniziando* per diversi altri anni, durante i quali mi misi anche ad insegnare arabo a Pesaro, in una sede decentrata dell'università di Urbino.
Anche lì un posto per me non c'era.
Avrei dovuto fare il professore a contratto per dieci anni ancora, almeno, senza la possibilità di fare ricerca, o meglio: senza la possibilità di fare *la mia ricerca*.
Nel 2006, circa, lasciai perdere, mi dimisi da Napoli e Pesaro.
Avevo iniziato a fare il bibliotecario a Bologna e mi andava bene così.
Avevo tanta roba da fare fuori dall'accademia e, soprattutto, volevo avere una vita, magari di merda ma una vita: essere professore a contratto, cioè l'ultimo della gerarchia accademica, non me lo permetteva.
In più essere alle dipendenze indefinite ma complete di quei professori strutturati con cui avevo a che fare mi rendeva rancoroso, rabbioso, inaffidabile e insoddisfatto.
Dover scrivere cose che non mi interessavano mi faceva sentire stupido e inutile.
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E' in quegli anni che capii cosa significa avere un titolo.
Tu sei un professore, le persone ti chiamano così, ti puoi firmare così, ricevi attenzione e rispetto.
In molti casi se fai il pezzo di merda nessuno ti dice nulla perché essere professore significa dimenticare gli appuntamenti, farsi servire senza che nessuno abbia qualcosa da ridire in merito, farti adorare anche se sei fastidioso, sgradevole, disattento, disumano.
Qualcuno ti odia a prescindere da chi tu realmente sia e anche questo spiega bene il concetto: le regole dell'autorità e del potere purtroppo funzionano.
Quando smisi di fare il professore ci tenevo a sottolinearlo, non mi piace presentarmi per ciò che non sono.
Scoprii così quanto il titolo influisse sul modo in cui le persone mi trattavano, si avvicinavano, interagivano.
Io ero lo stesso del giorno prima, ovviamente, ma per molti ero diventato un'altra persona, meno interessante, meno importante.
Era come se avessi tolto loro il piacere di dire: c'è un mio amico che fa il professore all'università. E' un tipo sui generis, pensa che suona la chitarra.
Se il mondo mi stava dicendo che avrei dovuto tornare indietro, riprendermi quello status, io dicevo: se la pensate così non meritate la mia attenzione.
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I miei rapporti con l'università andarono a scemare negli anni seguenti e progressivamente rinacque in me il piacere di scrivere, di fare ricerca.
Dal 2009 aprii un blog, Tutto in 30 secondi, dal 2011 ri-iniziai a scrivere sui giornali (avevo iniziato nel 1990 e mi ero fermato prima del 2000), dal 2014 iniziai a pubblicare libri.
Fu un periodo in cui aprii le porte al mondo, prima interagendo con chi commentava i miei post e poi discutendo sui social network.
Avevo aperto diversi filoni di ricerca e scoprii che c'erano tante persone orfane di una guida intellettuale, professorale.
L'università, a differenza di quanto era successo a me all'inizio degli anni '90, non dava più certezze né basi solide a chi studiava le cose che avevo studiato io.
Il motivo era semplice: la mia generazione era stata tagliata fuori dall'accademia, il ricambio generazionale non era avvenuto, o era avvenuto molto parzialmente.
C'era stato il blocco delle assunzioni, il blocco del turn over.
I professori invecchiavano, non avevano più voglia di insegnare o comunque non avevano più la spinta giusta per farlo o per formare allievi che potessero sostituirli nella funzione primaria di indirizzare, seguire e far maturare nuove generazioni di studiosi.
Risultato: il mondo era pieno di orfani e diverse persone iniziarono a definirmi *professore*.
Ho seguito diverse ricerche e tesi di laurea da facebook o via mail.
Ho compilato insieme a questi ragazzi decine di bibliografie.
Ho indirizzato molte persone verso l'una o l'altra disciplina di studi.
Ho dispensato consigli di tutti i generi.
L'ho fatto da casa, senza titolo, e questo è molto triste non tanto per me - ho fatto quello che mi sentivo di fare in completa libertà - quanto per le persone che si sono rivolte a me - che evidentemente non hanno trovato aiuto altrove - e per le persone che - regolarmente inquadrate e stipendiate - avrebbero dovuto svolgere le funzioni che ho svolto io all'interno di una sede universitaria ma non l'hanno fatto per mancanza di voglia, o perché erano occupate in quelle faccende politico amministrative che ormai intasano le loro giornate.
Ma, soprattutto, perché alcune discipline all'università non si insegnano più, o quasi, anche se sono ancora importanti, anzi basilari.
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Lo strano prestigio che in questi anni mi è stato assegnato *sul campo* è dovuto, insomma, alla voragine che si è prodotta in campo accademico.
Non sono più o meno *preparato* di tanti altri della mia generazione, la sola differenza fra me e loro è che mi sono trovato in una situazione in cui nessuno di loro si è andato a cacciare.
Certamente ho avuto molta passione nello studiare quello che ho studiato ma non ho avuto la possibilità *istituzionale* di trasmettere le mie conoscenze a chi avrebbe potuto metterle al servizio del mondo che cambiava, cioè gli studenti.
Avrei potuto farlo meglio o peggio di tanti altri, ma comunque avrei assolto a una funzione precisa, quella di passare il testimone.
Il testimone non è passato se non in minima parte e questo è un danno per tutti.
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E ora questa stagione è finita.
Se per molti anni ho sentito che aveva senso comportarsi come una specie di ultimo dei mohicani che ancora si ostina a impartire lezioni attorno a cose come *l'islam marginale* o *la modernità in Africa orientale*, ora sento che quel senso è svanito.
E' un fatto anagrafico, prima di tutto. I giovani crescono, gli adulti invecchiano e iniziano a dedicarsi a cose che ai giovani non interessano o non servono.
Anche ostinarsi in situazioni e posizioni anacronistiche è un danno per tutti.