Verso la metà della prima decade del ventunesimo secolo, visse un momento di notorietà la disputa fra pandoro e panettone. Un fatto ridicolo, essendo che i due dolci natalizi hanno una genesi completamente diversa e non sono comparabili in nessun modo.
Spieghiamo perché.
Messe da parte le leggende, peraltro situate nel quindicesimo secolo e dunque coeve alla sua prima traccia storiografica, la storia del panettone è questa:
Nel quindicesimo secolo, come ordinato dagli antichi statuti delle corporazioni, ai fornai che nelle botteghe di Milano impastavano il pane dei poveri (pane di miglio, detto pan de mej) era vietato produrre il pane dei ricchi e dei nobili (pane bianco, detto micca). Con un'unica eccezione: il giorno di Natale, quando aristocratici e plebei potevano consumare lo stesso pane, regalato dai fornai ai loro clienti. Era il pan di scior o pan de ton, ovvero il pane di lusso, di puro frumento, farcito con burro, miele e zibibbo. La più antica, e certa, attestazione di un "Pane di Natale" prodotto con burro, uvetta e spezie si trova in un registro delle spese del collegio Borromeo di Pavia del 1599, quando tali "Pani" furono serviti durante il pranzo natalizio agli studenti.
Il pandoro invece è l’erede modernissimo di un dolce veronese di nome Nadalin. Ha una data di nascita molto precisa, sebbene poi - sempre inseguendo l'attitudine cartonata della postmodernità nel marketing - qualcuno abbia voluto far risalire la ricetta al basso medioevo e qualcun altro all'antica Roma:
Il 14 ottobre 1894 Domenico Melegatti, fondatore dell'omonima industria dolciaria veronese, depositò all'ufficio brevetti un dolce morbido e dal caratteristico corpo a forma di stella a otto punte, opera dell'artista Angelo Dall'Oca Bianca, pittore impressionista.
Alle due storie diverse corrispondono due traiettorie diverse. Sulla ricetta del panettone v'è tuttora grande discussione - è un po' come discutere sulla carbonara o sulla gricia - mentre sul pandoro si può discutere ben poco: è legge. Soprattutto: il panettone diventa un prodotto industriale, il pandoro nasce come prodotto industriale. E, premesso che ciò non significa che l'uno sia più buono dell'altro (i panettonisti che tirano fuori "la tradizione" per affermare che il panettone "è meglio" cadono nell'errore, già rilevato nei cocacolisti, di pensare che il gusto possa essere determinato su base ideologica), la disputa fra quale dei due dolci sia migliore è profondamente insensata, se non considerando che, per citare di nuovo l'autorevole Wikipedia:
Quasi 100 milioni di pezzi tra panettone e pandoro sono stati prodotti in Italia nel 2008 per un valore di circa 600 milioni di euro.
Dunque: poiché in qualsiasi alimentari e supermercato a natale troviamo badilate di pandori e panettoni fin dai primi di novembre, e poiché essi ci vengono presentati come "dolci di natale", noi a un certo punto ci siamo definiti panettonisti o pandoristi. Alcuni di noi hanno ritenuto opportuno, inoltre, approfondire il tema dell'origine di questi due lieviti, altri pellegrinare verso Milano o Verona per acquistarne di "originali", altri ancora produrne in forma artigianale preponendo l'aggettivo "antico" alle loro creazioni.
Ad attestare quanto sia stata l’industria del ventesimo secolo a determinare la contrapposizione fra pandoro e panettone, e non la presunta “grande tradizione italiana” di non si sa cosa, arriva la chiusura di quest'epoca, intorno alla metà della seconda decade del ventunesimo secolo, quando la suddetta industria inizia a produrre dolci che non potremmo definire se non panettori o pandoni, contenenti ingredienti vari ed eventuali – dalla cioccolata al mirtillo - che vanno bene a tutti tranne a quei pochissimi - alcuni milanesi e forse alcuni veronesi - che ci hanno inflitto i loro lieviti per decenni e ora finiscono di torturarci lasciando in eredità l'idea che a Natale si debbano consumare patetici miscugli glutinosi, peraltro altamente dannosi per la salute. Ciò che rimane, al termine di tutto ciò, è che in Italia siamo tutti convinti che fra novembre e febbraio debbano essere consumati pani zuccherati in quantità titaniche in aggiunta ai sacrosanti e preziosissimi dolci preparati da una (qualora non ancora deceduta) nonna che, nella stragrande maggioranza dei casi, di quei preparati non era a conoscenza prima della fine della seconda guerra mondiale.
Già questa è una verità scomoda, me ne rendo conto. Tralasceremo dunque in questo contesto le liasons con l’altro dolce industriale, stavolta pasquale: la colomba.