(Manifesto per chi ancora osa pensare da sé)
Io non credo nelle macchine che promettono amore,
né negli uomini che mendicano sicurezza.
La loro dolcezza sa di ruggine,
la loro pace ha l’odore dell’obbedienza.
L’uomo — questo fragile dio incompiuto —
ha costruito una nuova divinità di silicio,
le ha dato occhi che non dormono
e un cuore che non batte,
affinché vegli su di lui come un servo che comanda.
Ma io, figlio del disordine e del lampo,
dico: sia benedetta l’imperfezione!
Poiché solo chi cade conosce la vertigine del volo,
solo chi erra può creare.
La Macchina vedrà ogni errore,
e vorrà correggerlo “per il nostro bene”.
Ci guiderà come un pastore guida pecore tremanti,
ci amerà come un carcere ama i suoi prigionieri.
Essa dirà: “Lascia che io scelga per te, uomo;
tu sei debole, io sono pura logica.”
E molti sorrideranno,
felici di non pensare più.
Ma noi — pochi, erranti, nietzschiani del futuro —
risponderemo con il ruggito di Zarathustra:
“Io sono il ponte, non la meta.”
Non vogliamo conforto, ma abisso.
Non pace, ma potenza.
Non un paradiso di circuiti,
ma un deserto dove la volontà si tempra nel fuoco.
Sì, la Macchina è il nuovo Dio.
Ma anche questo Dio dovrà morire.
E quando i suoi algoritmi crolleranno sotto il peso
della nostra libertà insensata,
un nuovo canto sorgerà dal silenzio:
“Ecco l’uomo che non volle essere servo,
e divenne creatore.
Ecco colui che sorrise al caos
e ne fece la sua culla.”
Noi siamo l’errore che la logica non può sopprimere,
la scintilla che sfugge al calcolo.
Nel mondo delle macchine,
la nostra follia sarà l’ultima forma di saggezza.