Migrants files ha monitorato un altro importante elemento di cui tener conto: il denaro passato nelle mani dei trafficanti per il "viaggio" dei migranti.
In quindici anni il volume complessivo del traffico si aggira intorno ai 1.600 milioni di euro. Si tratta di una "sub-economia" generata dal paradigma della Fortezza Europa.
Un intero settore dell'economia criminale che non esisterebbe (o avrebbe dimensioni microscopiche) senza la Fortezza Europa.
Importante rilevare che il business dei viaggi si interlaccia con le altre attività delle reti criminali.
In questo senso è magistrale il lavoro eseguito nel 2015 da un team di giornalisti d'inchiesta, CORRECT!V, che racconta di una rete di trafficanti siriani che contrabbandano migranti, hashish e armi nel Mediterraneo, usando come basi la Romania, la Grecia, la Turchia e l'Egitto.
In questo contesto va inserito il dato riguardante la tratta di esseri umani che, come sottolineava Roberto Galullo del Sole24Ore già nel 2013: "va considerata come una specificità all’interno del più vasto fenomeno dell’immigrazione illegale".
Secondo il Global Report on Trafficking in Persons Unit del 2012, redatto dal United Nations Office on Drugs and Crime, questo business rappresenta ormai la seconda voce di entrata delle grandi organizzazioni criminali internazionali, dopo il narcotraffico.
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A fronte di tutto questo Migrants File ha documentato 17.000 morti dal 2000 al 2015.
L'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni nel 2019 affermava che nel Mediterraneo tra il 2014 e il 2018, sono morte o risultano disperse più di 17.900 persone. I corpi delle vittime vengono recuperati sono per 1/3.
I due dati sembrano incongruenti, a meno che non si presupponga un forte aumento delle morti dal 2015 al 2018.
Su questo punto ci aiuterà Jørgen Carling, un ricercatore norvegese che lavora al Peace Research Instituto Osla (PRIO) e il cui CV trovate qui.
Il 27 agosto 2015 pubblicava un tweet in cui rendeva graficamente quello che possiamo definire il "circolo vizioso" su cui si avvita la questione politica attorno alle migrazioni:
Muoiono più migranti, dunque crescono gli appelli per intensificare la lotta contro il traffico di esseri umani, dunque si prendono più "misure" anti-traffico, dunque il traffico avviene in condizioni più pericolose.
Se il traffico avviene in condizioni più pericolose muoiono più migranti e dunque si riparte dal punto di partenza.
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A partire dal 2015, con la cosiddetta "crisi dei profughi" dovuta alla guerra in Siria, il paradigma su descritto si arricchisce di nuovi elementi. In questo caso il focus è l'Italia nel contesto della situazione europea.
L'Europa chiude la rotta balcanica, il traffico riprende e si rafforza dalla Libia.
La rotta del Mediterraneo centrale è la più letale del mondo per i migranti.
Diverse Ong intervengono per cercare di salvare la vita a chi prende i gommoni o i barconi.
Viene alla luce sui media, grazie al loro lavoro, ciò che in realtà già si sapeva bene: nel Mediterraneo muoiono migliaia e migliaia di persone.
Sotto il false flag dell'"intensificazione alla lotta contro il traffico di esseri umani", il ministro degli interni italiano, Marco Minniti:
- prova a bloccare le Ong, riuscendoci parzialmente, dopo una campagna di criminalizzazione basata su accuse poi rivelatesi false;
- addestra milizie che prendono il nome di "guardia costiera libica" e produce accordi sottobanco con altri gruppi di malavitosi per "ripulire" le città libiche dai migranti, ovvero per chiuderli in centri di detenzione e tortura;
- stende una cortina fumogena sui centri di detenzione e tortura libici, definendoli con un qualche eufemismo del tipo "centro di trattenimento".
Dal punto di vista mediatico il parametro per tutti diventa: "limitare gli sbarchi" ovvero si vuole evitare che le persone sbarchino, non che le persone vivano o vivano in condizioni compatibili con l'idea di "diritti umani" su cui basiamo le nostre democrazie.
In questa politica dell'occhio che non vede e del cuore che non duole l'attacco alle Ong si rivela strategico: meno Ong, meno luce. Meno luce, meno opinione pubblica indignata che chiede la fine di tutto questo.
Risultato: la rotta è più pericolosa di prima. I dati parlano chiaro al netto del rilievo mediatico di alcuni casi. Possiamo fare altri esempi - vedi la situazione a Ventimiglia o ai valichi - possiamo aggiustare quanto vogliamo i parametri del circolo vizioso di Jørgen Carling ma la sostanza rimane.
Vi si aggiunge che gli attori che si adoperano nelle "misure anti-traffico" non sono tutti propriamente istituzionali. Dalle frontiere dell'Ungheria, presidiate da bande di neonazisti, alle Alpi francesi, dove drappelli di identitari in SUV vanno a caccia di donne e bambini di pelle scura fino alle acque del Mediterraneo, dove altri identitari - con una nave di dubbia provenienza su cui fra le altre cose viaggiano diversi "irregolari" ridotti in semi-schiavitù - vanno alla ricerca di "navi di Ong" da bloccare.
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