I cento fiori

I cento fiori

By Feder | idee varie ed eventuali | 3 Jan 2021


 

Nel maggio del 1956 Mao Zedong, sotto lo slogan "Lasciate che cento fiori sboccino, lasciate che cento scuole di pensiero discutano", lanciò la campagna dei “Cento fiori”1, l’intento era quello di promuovere un profondo cambiamento culturale attraverso la collaborazione critica fra popolo e quadri del partito.

In campo artistico si cercò di avvicinare alle masse ed alla causa socialista quei temi e quelle immagini da sempre celebrate sin dall’epoca Song (960-1279), come paesaggi, bambù, fiori ed animali, specchio dell’intimità’ dell’autore, e delle emozioni suscitate dal suo personale rapporto con la natura e il mondo. Attraverso il ricorso ad un nuovo simbolismo, si diede un innovativo senso alla composizione pittorica, dai colori alla scelta dei soggetti, tutto in funzione della celebrazione dell’esaltazione delle vittorie del socialismo cinese. “Il colore rosso, delle prugne giunte a maturazione era una chiara allusione dell’ideologia Maoista; il contorto tronco di un pino poteva invece divenire simbolo di forza e resistenza, qualità innate del popolo cinese.”2

Uno dei dipinti che forse più dimostra come la pittura tradizionale cinese sia riuscita a ritagliarsi un proprio spazio quando tutto doveva servire ad esprimere contenuti patriottici o esaltare gli sforzi della nazione, è l’opera di Shi Lu (1919-1982)3

 

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Figura 2 “Combattendo nello shaanxi settentrionale” (转战陕北) 1960

Questo dipinto di oltre 2 metri di altezza pur contenendo espliciti riferimenti alla pittura paesaggistica di epoca Song, riesce a riassumere grazie al suo simbolismo e alla sua stessa composizione quella rivisitazione in chiave patriottica dell’arte classica tanto cercata e voluta durante la campagna dei “Cento fiori”. La gradazione di rosso che via via sbiadisce in lontananza, diviene il simbolo delle terre ancora da liberare, la figura di Mao, pensoso a contemplare il paesaggio, ultimo tratto prima della vittoria finale, seppur non in posizione centrale costituisce comunque il fulcro della composizione, quasi in primo piano, sulla cresta di quei rilievi che sapientemente grazie alla prospettiva guidano l’occhio dell’osservatore su di lui.4

 

1.1.2 Dal “Grande balzo” alla “Rivoluzione culturale”

Durante il periodo che va all’incirca dal 1958 al 1960 si inasprirono le lotte interne al partito, le varie fazioni cercavano di contendersi il primato della leadership, Mao lanciò le prime campagne di epurazione contro i “borghesi di destra”, il popolo venne chiamato a denunciare pubblicamente la corruzione che si annidava nei quadri del partito.

Moltissimi fra intellettuali e artisti che verso la primavera del 1957 risposero alla “chiamata” dei cento fiori, nella speranza di un rinnovato clima di apertura, vennero al contrario condannati e mandati nelle campagne affinché diventassero anche essi organi produttivi della società al fianco dei contadini.

In questa situazione di instabilità e di continue epurazioni, Mao Zedong lancia un nuovo progetto economico con l’obbiettivo di industrializzare il più rapidamente possibile il paese. Prende il via così verso la fine degli anni ’50 una delle più disperate e fallimentari campagne di industrializzazione intraprese in Cina dalla fondazione della Repubblica Popolare: il “Dayuejin”. (大跃进, Grande balzo in avanti).

Il Grande balzo fu accompagnato da un’enorme campagna di propaganda; il paese fu letteralmente sommerso da poster e manifesti che ritraevano i recenti progressi in campo scientifico, agricolo e tecnologico, il tutto sempre sotto lo sguardo sereno e fiducioso del Leader. Utilizzati principalmente con l’idea di diffondere educazione, cultura e modi di pensare e di agire considerati “corretti”.

Non sempre però vennero solo ritratti aspetti legati alla produzione; nelle immagini spesso figuravano anche famiglie felici, bambini e giovani intenti nello studio o in attività ludiche, paesaggi idilliaci, comunità in felice armonia tutte sempre accompagnate da slogan che invitavano alla partecipazione e al corretto comportamento del buon cinese maoista.

Il messaggio nei poster di propaganda quanto più breve e di impatto possibile doveva fornire precetti e linee guida al buon cittadino, educare e comunicare con le masse capillarmente sul territorio e nel migliore dei modi.

Il poster probabilmente fu il mezzo che meglio rispose a queste necessità: economico, di facile diffusione e capace di raggiungere qualsiasi luogo: dalle fabbriche di città alle comuni di campagna, dai dormitori alle abitazioni private. I disegni, spesso realizzati con un forte realismo, mischiavano tratti e caratteristiche di stili orientali, ben conosciuti dalla popolazione. Il realismo e i colori accesi permettevano di trasmettere un messaggio positivo sul presente, di come ci si doveva comportare per vivere bene, e un messaggio futuribile, ovvero di come sarebbe dovuta essere la vita di un buon cittadino. 

Ci sono giovani, personaggi senza età e spesso senza sesso in pose dinamiche, pronti all’azione posti a metafora per le classi produttive sane e vigorose.5

Interessante è la collezione conservata al museo della propaganda di Shanghai, dove su ogni poster viene riportata la tiratura di stampa che ben fa capire quanti ne venissero stampati all’epoca. Vi sono stampe che superano il milione di copie e altre che non arrivano alle centinaia di migliaia, quasi ad indicare che ci fossero temi che più di altri dovevano essere trattati, idee che più di altre bisognava diffondere.

Questa enorme mobilitazione di massa si concluse ufficialmente nel 1961 quando Zhou Enlai (1898 – 1976)6 pronunciò nell’estate di quell’anno un celebre discorso in cui invitava nuovamente artisti a parlare e discutere, vennero riabilitati moltissimi fra quadri di partito, artisti, scrittori ed intellettuali.

Dopo poco più di tre anni che Mao tornò nuovamente a richiamare gli artisti all’ordine.

“Le campagne furono nuovamente indicate come il luogo dove gli artisti dovevano trascorrere buona parte del loro tempo in modo da restare in contatto con la realtà e partecipare fattivamente al progresso del paese. Affiancando le masse rurali, potevano così avere modo di riscoprire le genuine radici della cultura popolare cinese [...]”7

Bisognerà aspettare però l’estate del 1966 quando con la circolare del 16 Maggio8 Mao, invitava tutta la popolazione a prendere parte alla Grande rivoluzione culturale (Wenhua dageming , 文化大革命). In questi anni l’unico soggetto ammesso divenne l’effige di Mao, rappresentato con il libretto rosso o con la mano a salutare le masse con il volto sempre sorridente, spesso ringiovanito come testimoniano alcuni manifesti di quel periodo,come se:

“il fissarne l’immagine da adolescente avesse il potere di sottrarlo al destino di tutti i mortali.” 9

L’immagine del Leader presente pressoché ovunque, dalle facciate dei palazzi agli interni delle abitazioni quasi divenne oggetto di culto, nelle case vi si dedicavano altarini votivi mentre nelle piazze si erigevano gigantesche statue. È interessante la cifra dei ritratti stampati in quel periodo; oltre due miliardi e duecento milioni di immagini10, dato che ben riflette ciò che si intende per culto della personalità.

È dunque assai difficile parlare di arte in questo periodo, esiste una propaganda, ed esiste sì una produzione artistica ma solo ed esclusivamente volta a fini propagandistici o al culto del lingdao, il“leader”.

 

 

 

1 Riferimento alle scuole di pensiero che fiorirono in Cina nel periodo pre-imperiale. In particolare quei periodi chiamati “Delle primavere e degli autunni” (770 a.C. - 454 a.C.) e “Dei regni combattenti” (453 a.C. - 221 a.C.). Nonostante la situazione di instabilità politica di conflitto fra i vari stati formatisi dalla disgregazione dell’impero, sorsero tuttavia moltissime scuole di pensiero dando vita ad una grande varietà di dottrine e teorie filosofiche che di frequente proponevano la diffusione di nuovi modelli di governo o di organizzazione dello stato, come il Confucianesimo.

2 Costantino, Mariagrazia, Arte contemporanea cinese. Mondadori Electa, 2006 p.4
3 Shi Lu 石鲁 (1919-1982),“Zhuanzhan shanbei 转战陕北”
4 L’isolare l’immagine di Mao per darle maggiore forza e risalto venne letto, nel periodo della Rivoluzione culturale come un eccessivo distacco del leader dalle masse, tanto da causare la disgrazia di Shi Lun.
Costantino, Mariagrazia, Arte contemporanea cinese. Mondadori Electa, 2006 p.43
5“Poster di Propaganda Cinesi.” Il Post. (Consultato il 19 Agosto 2014). http://www.ilpost.it/2013/02/14/poster-di-propaganda-cinesi/
6 Zhou Enlai 周恩来 (1898 - 1976), importante dirigente del Partito Comunista Cinese, capo di governo dal 1949 fino al 1976. Ebbe un ruolo fondamentale durante gli anni del “grande balzo” ma soprattutto durante il periodo della Rivoluzione culturale (wenhua dageming, 文化大革命, 1966-1976).
7 Costantino, Mariagrazia, Arte contemporanea cinese. Mondadori Electa, 2006 p.4
8 Circolare del 16 Maggio, wuyiliu tongzhi (五一六通知)
9 Costantino, Mariagrazia, Arte contemporanea cinese. Mondadori Electa, 2006 p.46

10 Costantino, Mariagrazia, Arte contemporanea cinese. Mondadori Electa, 2006 p.44

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