Da Edward Snowden al teppista di Barking, e oltre

By Lorf | 2 cents | 27 Dec 2019


Ho finito di leggere "Errore di sistema" di Edward Snowden, l'uomo che ha fornito al mondo le prove che gli Stati Uniti - e più precisamente l'NSA - dopo l'11 settembre hanno costruito una struttura di sorveglianza di massa di dimensione globale e che, a causa di questo, vive da sette anni in esilio in Russia.

La cosa che più mi ha fatto riflettere (e mi ha fatto anche "bene") è stato il racconto delle motivazioni che l'hanno spinto a diventare un "whistlebowler" e più in particolare del senso di comunanza che provò guardando ai fatti che accadevano nel mondo arabo (e in Iran) nel momento in cui lui si poneva il problema di "fare qualcosa":

Il ragazzo che aveva dato il via alla Primavera araba aveva quasi esattamente la mia età. Era un venditore ambulante che vendeva frutta e verdura su un carretto. Come segno di protesta contro le reiterate vessazioni ed estorsioni delle autorità, si era dato fuoco nel centro di una piazza, morendo da martire. Se uno come lui era stato disposto a fare tutto questo per sfidare un regime illegittimo, io di sicuro potevo termettermi di alzarmi dal divano e schiacciare qualche tasto.

Sono convinto che lo stesso tipo di ispirazione, lo stesso pensiero, abbia lambito i pensieri di tanti di quelli che in Europa e Nordamerica decisero nei mesi successivi di scendere in piazza a protestare: i ragazzi di Occupay Wall Street e gli Indignados, ad esempio.

Nei mesi della "Primavera araba" il senso di adesione alle proteste e alle rivendicazioni dei giovani arabi che scesero in piazza sfidando la paura e le pallottole diede a milioni di persone in tutto il mondo una speranza nuova. L'espisodio di Bouazizi, in fondo, spiegava a tutti che la forza di una protesta, una rivolta o una rivoluzione è direttamente proporzionale al livello di coinvolgimento di chi la lancia.

Era la prima volta dopo ciò che era avvenuto intorno al 2000 a Seattle che si registrava l'esistenza di un movimento di dimensioni globali. La differenza era, però, che questa volta la spinta iniziale proveniva da un'area del mondo svantaggiata - o se vogliamo "periferica" - e poi si andava diffondendo fino a raggiungere il "centro" (la New York di Wall Street, metaforicamente parlando).

Sempre in quei mesi mi colpiva un altro fatto: gli attivisti arabi, quelli in grado di organizzare le proteste e di far scendere in piazza milioni di persone, erano usi a pratiche volte all'aggiramento della censura, al superamento dei blocchi della rete posti in essere dai regimi. Quelle stesse pratiche che in una "democrazia avanzata" erano considerate "pirateria". Gli hacker che qui erano (e sono) trattati come dei criminali, aiutavano quegli attivisti in operazioni come il blocco di siti istituzionali o la fornitura di banda attraverso connessioni sicure. Più in generale attitudini e attività considerate "eversive" da questa parte del mondo, erano riportate dai giornali senza che se ne desse un giudizio negativo, erano lette come il legittimo tentativo di abbattere le dittature e i regimi nel mondo arabo.

Dall'altra parte, come in un gioco di specchi, i giovani arabi riprendevano strategie, pratiche di protesta - addirittura in Egitto a un certo punto apparve il Black bloc - mentre dall'altra parte del mare (Mediterraneo) o dell'oceano (Stati Uniti), c'era chi trovava la voglia e la forza di protestare ispirandosi al coraggio e alla determinazione di quei giovani, utilizzando talvolta pratiche simili: si veda la corrispondenza fra piazza Tahrir al Cairo e Puerta del Sol o Zuccotti park.

Ovunque i governi diedero prova di capire che tutto questo non veniva sottovalutato, anzi. Hillary Clinton, allarmata, parlò di "tempesta perfetta" quando si rese conto della dimensione dell'"effetto domino": dalla Tunisia l'ondata di protesta si era diffusa in quasi tutto il mondo arabo e potenzialmente poteva raggiungere il mondo intero generando un effetto valanga (gli Stati Uniti lavorarono per limitarlo e ci riuscirono benissimo, favorendo l'ascesa dei partiti islamisti). Il livello più alto di "precauzione", che rasentava la paranoia, fu quello del governo cinese, che proibì la vendita e l'esposizione di gelsomini nel paese dopo che alcuni ragazzi, ispirandosi alla rivoluzione tunisina che in quei giorni veniva definita anche "rivoluzione dei gelsomini", aveva lanciato mazzi di quei fiori per le strade.

La sincronicità di un numero altissimo di eventi ci racconta che quello degli anni '10 fu un movimento di dimensione globale, anche se i livelli di coinvolgimento, di consapevolezza, di organizzazione, di coscienza ed esito variarono sensibilmente. A buon diritto ci rientravano anche quelli che vennero definiti "London riots", un'esplosione di rabbia di massa mista a fame di consumo che devastò banche ed esercizi commerciali britannici fra il 6 e l'11 agosto del 2011.

In quel periodo e nel periodo successivo decine e decine di fattori contribuirono a rendere più sfocata questa realtà o meglio a far sì che questa realtà fosse letta con lenti diverse, strumenti che non permettono di guardare alla cornice. Governanti, analisti, giornalisti e anche a volte gli stessi attivisti non trovavano o non cercavano un filo conduttore o, in alternativa, si adoperavano a tagliare quel filo in segmenti sempre più microscopici. Complottari e propagandisti di tutto il mondo, poi, ne riannodavano alcuni, in ordine sparso, per secondi fini o solo per fare pace con una realtà che non capivano. Invece, a ben vedere, si "respirava" qualcosa che teneva collegati i fatti, qualcosa difficile da individuare e molto facile da occultare. E, soprattutto, erano i fatti a parlare - così sincronici e così conseguenti - vedi appunto Snowden. Chi il filo lo aveva visto, provava a riannodarlo e a raccontarlo erano alcuni comunisti, si vedano ad esempio le riflessioni "a caldo" di Alain Badiou in "Le Réveil de l'Histoire" (Éditions Lignes, 2011), certi ricercatori meno connotati - vedi Alain Bertho in "Les enfants du chaos. Essai sur le temps des martyrs" (la Découverte, 2016) e, sul campo, un certo numero di attivisti sparsi per il mondo.

Nel biennio 2018-2019, poi, si è scoperto che sebbene la cosiddetta Primavera araba e tutto il resto fossero stati dichiarati più volte "morti", quell'aria non aveva mai smesso di trovare qualcuno che la respirasse, quel filo non si era spezzato. Dopo una serie ininterrotta di eventi a bassa intensità, non registrati o sottovalutati o derubricati o semplicemente ignorati, sono emersi movimenti di massa in diversi paesi (Algeria, Sudan, Iraq, Libano, Cile, Hong Kong per citarne alcuni) così come proteste sui temi dell'agenda globale (Extintion rebellion, FridaysForFuture ecc.) Il motivo è banale: le ragioni per un cambiamento radicale ci sono tutte e sono sempre più chiare, così chiare che qui non vale neanche la pena di citarle.

Ho messo in fila queste riflessioni per un motivo. Il motivo è che in questi anni, che ritengo essere potenzialmente portatori di cambiamenti radicali, ho sofferto davvero molto della scarsezza o dell'assenza di una sinistra che raccogliesse la sfida della complessità e iniziasse a ragionare in maniera globale: due elementi senza cui 1. la sinistra si trova a disegnare architetture analitiche sostanzialmente cospirazioniste finendo dritta nella pattumiera della storia *prima* di qualsiasi sciovinista, sovranista, fascista e 2. la sinistra, tradendo la sua vocazione internazionalista, continua e seguire i ritmi e i tempi dei singoli Stati i quali, notoriamente, si trovano ormai diversi passi indietro rispetto ai ritmi e ai tempi della globalizzazione, che è il vero fenomeno da analizzare perché è ciò che determina la condizione in cui l'intero pianeta si trova a vivere. Il risultato è che quelle che potrebbero essere grandi occasioni per un cambiamento radicale, forse irripetibili perché dopo c'è il vuoto pneumatico di società definitivamente massacrate in un pianeta cui letteralmente manca l'aria, diventano cose di cui aver paura o da derubricare in quanto non corrispondenti a ciò che si pensa debba essere una protesta, una rivolta, una rivoluzione.

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Riflessioni generali

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