(pubblicato il 16.07.2014 sul sito giornalistico thefielder.net oggi offline)
Nel 1944 a Ventotene, un gruppo di confinati antifascisti scrisse un documento titolato “Per un'Europa libera e unita Progetto d'un manifesto”. Per chi volesse leggere il testo del manifesto consiglio vivamente la versione presente sul sito www.altierospinelli.org http://www.altierospinelli.org/manifesto/it/html/manifesto1944it.html in quanto la versione presente su wikiquote e ripresa da altri siti anche istituzionali presenta delle alterazioni con la sostituzione di alcuni termini con altri più accettabili politicamente agli occhi di lettori moderni.
Tre furono gli autori materiali, anche se il testo fu frutto di un confronto all’interno di quella che era una comunità forzata su quella piccola isola. E’ bene conoscere chi sono gli autori per capire la matrice di questo “manifesto” che oggi dagli europeisti, specie italiani, è considerato il testo fondante dell'Unione Europea.
Altiero Spinelli nasce a Roma nel 1907 e aderisce al partito comunista nel 1924. Nel 1937 si allontana dal marxismo, considerato ormai troppo liberale perché faccia l'interesse del proletariato, criticando le purghe staliniane. Per queste ragioni fu espulso dal partito. Ventotene fu per Spinelli l’inizio del percorso da federalista europeo che culmino nella sua elezione nel 1979 a parlamentare europeo come indipendente nella lista del PCI.
Ernesto Rossi nasce a Caserta nel 1897, combatté come volontario nella prima guerra mondiale e collaborò dal 1919 al 1922 con “Popolo d'Italia" diretto da Benito Mussolini. Fondamentale per la sua evoluzione politica fu l’incontro con Salvemini. Entrò in Giustizia e Libertà e poi nel dopoguerra nel partito di azione. Fu un convinto anticlericale, la sua matrice ideologica rimase in questo senso quella di coloro che nel secolo precedente furono protagonisti del Risorgimento e dell’unita italiana.
Eugenio Colorni nasce a Milano nel 1909 da famiglia di origine ebraica. Nel 1930 iniziò a collaborare con Giustizia e Libertà, poi nel 1936-37 pubblicò importanti articoli su Politica socialista e sul Nuovo Avanti. Nel settembre 1938, all'inizio della campagna razziale, fu arrestato a Trieste perché ebreo e antifascista militante e confinato a Ventotene. Nel 1943 riuscì a fuggire e si dedicò all'organizzazione dello PSIUP. Nel maggio 1944, rimase ucciso in uno scontro con i fascisti.
La matrice ideologica degli autori del manifesto è quindi abbastanza chiara, si tratta sempre di quel grande albero ideologico che seppure variegato fa riferimento all’Associazione internazionale dei lavoratori del 1864, che riuniva gruppi operai inglesi, anarchici, socialisti francesi, repubblicani italiani e marxisti. Su questa impalcatura ideologica, per differenziazioni ideali, opportunità politica, differenze nazionali e ragioni contingenti, emersero poi nel corso dei decenni successivi tutte le varianti di comunismo, socialismo, socialdemocrazia e del fascismo e nazionalsocialismo.
Giustizia e Libertà rappresenta in questo senso una riaggregazione in tempi di dittatura di alcune di queste esperienze politiche, quelle minoritarie e meno organizzate nel panorama politico italiano. Nelle loro stesse parole: “Provenienti da diverse correnti politiche, archiviamo per ora le tessere dei partiti e fondiamo un’unità di azione. Movimento rivoluzionario, non partito, “Giustizia e libertà” è il nome e il simbolo. Repubblicani, socialisti e democratici, ci battiamo per la libertà, per la repubblica, per la giustizia sociale. Non siamo più tre espressioni differenti ma un trinomio inscindibile.”
Giustizia e Libertà cercò di innestare nel socialismo alcune tesi del liberalismo. Fu, a mio avviso, un tentativo piuttosto strumentale di usare i concetti di libertà individuale per creare un contrappeso ideologico alle conclusioni dei comunisti dove l’uguaglianza delle condizioni materiali portava alle conseguenze dottrinarie che conosciamo.
Tutto l’impianto concettuale degli autori è però privo di qualsiasi considerazione riguardo perimetri territoriali ottimali per le istituzioni politiche, questione che i liberali classici di oltre oceano avevano già affrontato nella direzione della riduzione degli stessi.
Il manifesto fu redatto in tre parti:
Nella prima, gli autori cercano di analizzare l’ascesa dei totalitarismi attraverso il dualismo tra progressisti e reazionari. La loro analisi è che la causa dell’involuzione della civiltà europea siano le oligarchie che vogliono mantenere il controllo a dispetto della maggioranza della popolazione. Tale controllo è esercitato attraverso gli stati nazionali che diventano lo strumento per il mantenimento di rendite di posizione da parte delle oligarchie anche ricorrendo, nei momenti di crisi, a derive totalitaristiche. Ostili quindi agli stati nazionali ma “concedono” loro di essere stati “un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l’oppressione degli stranieri dominatori; ha eliminato molti degli inciampi che ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; ha fatto estendere, dentro il territorio di ciascun nuovo stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili.”
A settanta anni di distanza la storiografia è divenuta molto meno entusiasta del processo di unità nazionale. Se si va oltre i miti e oltre la retorica risorgimentali italiani, l’unità fu vissuta da molte regioni italiane come un’annessione violenta. Basti pensare a quel fenomeno che la storiografia d’inizio 900 definiva come brigantaggio e che invece fu un vero fenomeno secessionista. O alla distruzione delle peculiarità linguistiche e culturali o anche solo all’armonizzazione che impedendo la competizione fiscale provocò una tassazione media più elevata o all’enorme fenomeno migratorio seguito all’unità nazionale.
Il manifesto inoltre identifica tout court l’identità culturale prima quella regionale poi quella nazionale come organici al mantenimento del potere da parte delle oligarchie. Si attaccano le identità per colpire le corrispondenti istituzioni. L’errore è non vedere che le oligarchie hanno continuato a sfruttare lo stato e si sono adattate al mutamento degli assetti istituzionali. Cambiare l’assetto istituzionale da una molteplicità di stati regionali a uno stato nazionale ha portato solo a una diversa configurazione delle stesse in funzione del nuovo assetto. Al posto di ricavare rendite di posizione dallo stato regionale, si sono ricavati il loro spazio di rendita a livello nazionale. Non solo, il totalitarismo ha avuto in seguito più spazio proprio perché è venuta mancare nell’ambito nazionale la concorrenza istituzionale. La centralizzazione del potere dovuta all’unità è stata una concausa di quella che i redattori del manifesto chiamano la “crisi della civiltà moderna”.
Nella seconda parte, per evitare quest’uso degli stati nazionali e per evitare di ricadere nei totalitarismi propongono di “far sorgere il nuovo organismo, che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa; per costituire un largo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali, spazzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari, abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni, dirette a mantenere un ordine comune […]”
A realizzare quest’obiettivo secondo gli autori deve essere un movimento rivoluzionario in competizione con i comunisti nel campo dei progressisti che al mito della Russia sovietica risponda l’idea dell’Europa Unita (socialista come vedremo). Vogliono un cambiamento istituzionale che scomponga i ranghi dell’avversario reazionario.
Non riuscendo a riconoscere l’errore della centralizzazione, ovviamente ne propongono ancora di più, non rendendosi conto che le oligarchie si sarebbero ancora una volta adattate, cosa puntualmente avvenuta anche con l’Unione Europea, che oggi è il fulcro con cui le oligarchie impediscono le libertà dei cittadini europei. Tanto che oggi possiamo parlare di oligarchia europea, ed è proprio quest’ultima a premere per l’armonizzazione ma meglio sarebbe dire per l’omologazione, delle differenze che sono sempre state la ricchezza di questo continente.
Un approccio liberale classico avrebbe posto l’accento sulla riduzione della presenza dello stato a qualsiasi livello e non sulla creazione di un nuovo livello di Stato. Il manifesto di Ventotene proprio non ne parla ma va osservato che anche liberali italiani eccellenti di quel periodo, quale ad esempio Einaudi, cadono a riguardo della questione europea in questa paurosa incoerenza.
Il manifesto invece prefigura “l'unità politica dell'intero globo”. Nelle teorizzazioni successive di Spinelli e del Movimento federalista europeo l’obiettivo finale più volte esplicitato è lo stato mondiale. L’articolo 2 del MFE recita "Il MFE ha come scopo la lotta per la creazione di un ordine politico razionale, che, secondo la visione di Kant, può essere tale solo se abbraccia l'intera umanità. Il suo obiettivo ultimo è pertanto la federazione mondiale. I suoi obiettivi intermedi sono la Federazione europea, l'unificazione federale delle altre grandi famiglie del genere umano e la trasformazione dell'ONU in un governo mondiale parziale."
Oggi sappiamo che la concorrenza tra stati concorre a evitare che le istituzioni statali possano diventare totalitarie. Uno stato unico mondiale non elimina il problema del totalitarismo ma anzi lo amplifica portando il potere lontanissimo dai cittadini, basti vedere su scala minore proprio l’involuzione dell’UE gestita da burocrati non eletti e con una burocrazia non controllabile e soggetta a potenti forze lobbistiche. Immaginano in questo modo la fine della guerra:
“Sarà il trionfo delle tendenze democratiche. Esse hanno innumerevoli sfumature, che vanno da un liberalismo molto conservatore fino al socialismo e all'anarchia. Credono nella «generazione spontanea» degli avvenimenti e delle istituzioni, nella bontà assoluta degli impulsi che vengono dal basso. Non vogliono forzare la mano alla «storia», «al popolo», al «proletariato» e come altro chiamano il loro Dio. Auspicano la fine delle dittature, immaginandola come la restituzione al popolo degli imprescrittibili diritti di autodeterminazione.”.
Questo ragionamento contiene uno sprazzo di visione corretta, quantomeno per i liberali, quando parlano di generazione spontanea delle istituzioni, ma è completamente incoerente sia lo strumento (il movimento rivoluzionario) sia il metodo (il costruttivismo) che essi scelsero di utilizzare.
Il costruttivismo consiste nell'idea erronea per cui “l'uomo, dato che ha creato egli stesso le istituzioni della società e della civiltà, deve anche poterle alterare a suo piacimento in modo che soddisfino i suoi desideri o le sue aspirazioni.” scriveva F.A.Hayek. Il costruttivismo è un tratto distintivo di tutte le ideologie che nascono dall’albero d’ideali che discende dall’AIL del 1864 ed è il germe tarato che ha portato ineluttabilmente ai totalitarismi. Il processo verso l’Europa Unita di cui loro parlano, la teorizzazione europeista, non è altro che costruttivismo cioè per usare le loro parole “forzare la mano “. La storia dell’UE fino ad oggi è stata guarda caso una serie continua di forzature che nulla ha a che fare con l’autodeterminazione. Si veda ad esempio come sono stati disattesi nella sostanza i pochi referendum tenuti in alcuni paesi sull’argomento. Lo stesso fine ultimo del MFE, la creazione di un ordine politico razionale mondiale è un progetto intriso di costruttivismo. Il costruttivismo ritiene che tutte le istituzioni umane siano esiti di piani intenzionali, in altre parole di progetti deliberati e consapevoli, più che conseguenze non intenzionali di azioni umane. Il costruttivismo si fonda quindi su una presunzione fatale quella che gli uomini posseggano una conoscenza di cui in realtà non sono in possesso e che neppure il progresso della scienza potrà dare loro. “Quanto più gli uomini sanno tanto più piccola diventa la frazione che una mente umana può assorbire. Quanto più civili diventiamo, tanto più il singolo individuo ignorerà i fatti da cui dipende il funzionamento della sua civiltà” osservava Hayek.
L’ordine istituzionale sovranazionale pianificato nel manifesto di Ventotene è quindi un nemico della “Società libera” e dovrebbe essere avversato da tutti coloro che si riconoscono nel liberalismo. Purtroppo molti liberali in Italia sono “figli” esclusivi della “tradizione liberale italiana” oggi, a mio giudizio, intellettualmente sterile, di cui Einaudi fu l’ultimo significativo rappresentante. Questa la ragione per cui vediamo tanti liberali italiani rimanere ancora oggi sul carrozzone di un’UE che di liberale non ha nulla.
L’idea di Europa che emerge nel manifesto, trasposizione in chiave europea delle utopie idealistiche di sinistra, in cui prevale la chiave solidaristica su quella della responsabilità reciproca, è foriera delle divisioni tra europeisti tra i vari paesi che oggi vediamo. L’europeismo italiano si aspetta, su queste basi, oggi solidarietà dall’Unione Europea per risolvere problemi prettamente italiani mentre non mette in discussione i veri problemi dell’UE per timore che delegittimando l’UE si delegittimi egli stesso.
La terza parte è titolata “Compiti del dopo guerra – la riforma della società” ed evidenzia a tutto tondo il background ideologico del manifesto stesso.
Dal manifesto “La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita. […]Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma — come avviene per le forze naturali — essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne sieno vittime. […]La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio.”
Nell’Europa di Ventotene, non c’è spazio per le idee di libertà del liberalismo. Non c’è spazio per la rule of law perché la proprietà privata è abolita addirittura selettivamente secondo il capriccio del politico di turno. Quante somiglianze con l’UE di oggi che prima tutela i conti correnti e poi come a Cipro li confisca per coprire il debito creato dai politicanti e da cricche bancarie con esso conniventi.
Ancora una volta si condannano senza appello le istituzioni sociali esistenti con una logica che sovrappone con essa le oligarchie parassitarie senza accorgersi che il problema non è l’esistenza dell’istituzione, ma il suo rapporto con lo stato e la politica. Concretamente possiamo pensare agli ordini professionali, oggetto ancora oggi di controversia. Il problema non è la loro esistenza ma che lo stato gli garantisce un ruolo monopolistico, li sussidia e garantisce loro una posizione di vantaggio. Non ci sarebbe nulla di male se questi fossero frutto di un ordine spontaneo cioè se i propri membri scegliessero liberamente se aderirvi. Vorrebbe dire che queste istituzioni sociali trovano una ragione di esistere nella libertà individuale. A Ventotene però queste e altre istituzioni sociali sarebbero abolite perché covo di reazione. Questo è il senso del termine “rivoluzionario” in questo manifesto, ma più esattamente si dovrebbe usare giacobino. Costruttivista nella teoria e giacobino nei metodi.
Possiamo notare come l’Unione Europea di oggi mutui da questo manifesto molto dell’approccio in esso contenuto, purtroppo le parti deteriori. A questo si somma che sono proprie le oligarchie che gli autori del manifesto sognavano di combattere a sfruttarla ora al meglio. Il peggio è che la centralizzazione non esclude per niente una deriva totalitaria che è il fine per cui loro vogliono il superstato europeo anzi, se ne vedono tutte le premesse, anche se con caratteristiche diverse rispetto al fascismo e al nazismo.
Perché il manifesto di Ventotene è oggi il mantra degli Europeisti, è adorato dal presidente della Repubblica Napolitano e trova spazio nelle pubblicità sulle reti RAI (pagate dai contribuenti italiani) quale momento fondativo dell’ideale “europeo”? Provo a proporre un’ipotesi. Ogni partito e ogni sistema politico fonda la sua legittimità da un’idealità. Con la caduta dell’Unione Sovietica, un’intera classe politica di sinistra rimase priva delle basi di legittimazione alla propria esistenza. Occorreva trovarne di nuove. Fu così che il partito comunista si convertì dall’eurocomunismo all’europeismo. Napolitano ad esempio che oggi sproloquia in televisione di europeismo fu un convinto sostenitore dell'eurocomunismo. Come evidenziò Robert Michels nella “legge ferrea dell'oligarchia”, con lo sviluppo di un apparato in un partito, l'obiettivo fondamentale diventa la sopravvivenza dell'organizzazione e dei ruoli di potere che l’organizzazione garantisce.
Per le stesse ragioni l’Unione Europea, messa in sempre più in discussione dai fallimenti degli ultimi anni, riesuma il Manifesto di Ventotene per dire agli italiani che l’UE è un progetto che nasce in Italia e di cui dobbiamo andare orgogliosi, cercando di giocare strumentalmente proprio sul senso di orgoglio nazionale pure se vorrebbe superarlo in una nuova identità europea. Contano anche sul fatto che poche persone si sono prese il tempo di leggere veramente tale manifesto. Questo è anche uno dei modi con cui l’UE cerca di superare la sua crisi di legittimazione.