Per il Chin8Neri

Per il Chin8Neri

By Lorf | Biocrapic moments | 10 Dec 2020


C’è stato un momento, nella storia moderna, in cui qualcuno ha iniziato a inventare bibite. Qualcun altro, poi, comprese che sul bere – cioè nell’affabulare sensorialmente attorno a una necessità primaria - si potevano costruire giganteschi business. Una bibita, dice con estrema precisione Wikipedia:

è un tipo di bevanda analcolica a base di acqua naturale o acqua gassata con carbonato di sodio (comunemente detta soda) e quasi sempre addizionata ad aromi e sostanze dolci (zucchero oppure dolcificanti o fruttosio). Tali bevande possono contenere anche caffeina, taurina (in particolare le cosiddette bevande energetiche) e/o gomma arabica e vengono utilizzate a volte nella preparazione di cocktail  

La storia delle bibite è molto appassionante. Il suo momento più alto, a mio parere, è quando, “nel tardo diciassettesimo secolo il chimico svedese Jöns Jacob Berzelius inizia ad aggiungere aromi (spezie, succhi di frutta e vino) all'acqua gassata”.

Il buio cala invece quando si capisce che tutto quello zucchero disciolto (e anche alcune “spezie”) in acqua fa davvero male. Wikipedia – avvertendo che con ciò non ci sta dando consigli medici – afferma che: “il consumo di bibite zuccherate è associato ad obesità, diabete mellito di tipo 2, carie dentaria e bassi livelli nutrizionali”.

Un roba decisamente pericolosa, che ha determinato negli ultimi decenni un profondo cambiamento nel modo di produrre e confezionare bibite. Oggi sugli scaffali di un supermercato trovi devande bio non gassate zuccherate all’acacia ridens con polpa di arancia viola, zenzero zen, curcuma dell’Oman e rabarbaro nano. O acque aromatizzate al tarassaco settembrino del Volga, con una punta di ibis etiope affumicato nei casotti di fango profumato delle prealpi altoatesine, infine ionizzate presso le miniere di sale rosa del Nepal.

Ma, fino a qualche decennio fa, c’erano la Coca e poi la Fanta, cui si aggiunse a un certo punto la Sprite. O meglio: queste erano le bibite guida che dominavano il mercato e che ti aspettavi di trovare alle feste o la domenica perché erano “meglio”. Della Coca in particolare si narravano inoltre leggende, ad esempio che insieme all’aspirina diventasse una droga. Il mercato tuttavia non si limitava a queste tre bibite. Il droghiere, il supermercato, avevano molte altre bibite gassate, spesso più economiche e dunque considerate meno buone o comunque da poveracci.

Evocando di nuovo l’indiscutibile autorità di Wikipedia:

Tra le bibite rientrano la gazzosa, il chinotto, l'acqua tonica, le spume all'arancia, al cedro o al pompelmo e le bibite a base di cola.

Queste ultime sono chiaramente un tentativo di imitare la Coca-Cola e sono molto disgustose. Altre, invece, hanno un loro senso proprio, sono il tentativo di fare una cosa nuova. Ad esempio l’aranciata amara San Pellegrino, che a un certo punto guadagnò fette di mercato al punto da spingere la Fanta a proporne una propria versione, peggiore. C’erano cose come la lemonsoda e l’oransoda, la cui caratteristica era di contenere particelle di polpa di limone o arancio in sospensione (bisognava agitarle prima dell’uso per evitare la posa, ma così svaporavano, insomma erano un problema) e di avere un gusto molto aspro. Ci si poteva perdere nella valutazione di varianti locali di bibite indicate come “spuma”. Io ricordo quelle rosse abruzzesi a casa di Fausto: procuravano una dipendenza tale che ne compravo cassette intere da riportare nella capitale, dopo i miei frequenti viaggi sulla costa centro meridionale dell’Adriatico.

Chiunque sia stato bambino nell'ultimo quarto del ventesimo secolo può confermare che c’era al tempo molto fermento attorno al consumo di bibite. Qualcuno può anche confermare l’esistenza di una vera e propria battaglia delle bibite. E c’è chi tuttora si sente a disagio se non ha una boccia da due litri di Coca-cola sufficientemente piena e non svaporata in frigo. Nella mia esperienza c’è stato a un certo punto, verso i vent’anni, l’incontro folgorante col Chin8Neri.

Il chinotto è una bibita al chinotto, agrume molto aromatico di non facile reperimento perché prodotto in misura minima (in Italia presso Savona e Taormina, ad esempio) rispetto ad altri agrumi che possiamo consumare anche nella loro forma solida. Wikipedia dice: "bevanda scura in apparenza simile a una cola” che tuttavia ha “un gusto più amaro, sebbene possegga anche un retrogusto particolarmente fresco".

Le origini della bibita al chinotto sono avvolte nel mistero. Anche i raffinati enciclopedisti wikipediani non si sbottonano:

La bevanda è di origine incerta: alcuni sostengono che sia stata inventata nel 1932 dalla San Pellegrino, che ne è la principale produttrice; una differente ipotesi è che sia stato prodotto dalla azienda Neri di Capranica (VT) nel 1949. Altri affermano che la formula industriale fu inventata presso i laboratori della Costantino Rigamonti Giovanni a Milano, il cui proprietario divenne successivamente presidente della Recoaro. Un'ulteriore leggenda narra che questa bevanda sia stata inventata a Campascio nel piccolo comune svizzero di Brusio. Intorno al 1950 il chinotto più diffuso era quello prodotto dalla Recoaro.

Nel mio mondo esiste solo il Chin8Neri, il cui impatto sull’universo delle bibite è stato a mio modo di vedere definitivo. Mi spiego: non sono un consumatore di “chinotto”, sono un consumatore di Chin8Neri. E nei decenni, a causa di una congerie aggrovigliata di pregiudizi e superficialità, ho dovuto combattere una lotta ad armi impari per affermarne il valore. Purtroppo la legittimità delle mie rivendicazioni è stata riconosciuta solo con il trionfo del tardo capitalismo, verso la metà degli anni zero del ventunesimo secolo, un periodo storico intriso di anestetico e pernicioso postmodernismo, foriero di nefandezze di tutti i tipi.

Nel 2011, poi, lo storico stabilimento di Capranica chiudeva a causa degli alti costi di messa a norma e la produzione veniva trasferita a Buccino, in provincia di Salerno, luogo dove non sgorga l'acqua minerale di San Rocco, ingrediente essenziale della ricetta originale. Risultato: ho potuto bere il mio Chin8Neri con orgoglio alla luce del sole solo in un breve periodo, un periodo per molti altri versi di merda.

La lotta, comunque, è stata a suo modo appassionante e istruttiva e ha dovuto essere combattuta in tre fasi:  

  • sdoganare il chinotto in quanto tale
  • affermare la indiscutibile supremazia del Chin8Neri sugli altri chinotti
  • fare in modo che attorno a me alla parola “chinotto” chiunque associasse solo e soltanto il Chin8Neri.

Il problema nasce dal fatto che il chinotto sia appunto “in apparenza simile a una cola” e che dunque, nel periodo su indicato, essa veniva superficialmente concettualizzata come una copia della Coca-Cola, la qual cosa rendeva immediatamente di serie B qualsiasi chinotto. Se attorno al preferire la Fanta alla Coca-Cola v’era un grosso dibattito, considerato legittimo – e alcuni democristiani sostenevano che per ottenere il gusto perfetto si dovesse fare un mix fra le due – anche solo avanzare l’ipotesi che il chinotto fosse una bibita a sé, una bibita preferibile ad altre in base al gusto personale, era fuori discussione. Di fronte poi all’argomento della specificità del Chin8Neri i più reagivano abbandonandosi allo scherno. Ho visto tante facce imbarazzate, tanti volti chini (rise bene chi rise ultimo, tuttavia): un chiaro segnale del fatto che fossero alle prese col proprio complesso di superiorità.

Di chi volle discuterne, però, notai la scarsezza di argomenti. Ad esempio che la Coca-Cola era nata prima del chinotto, come se ciò determinasse il gusto della bibita. Alcuni affermavano che alla sua nascita il chinotto intendesse essere un’imitazione della Coca-Cola, senza considerare che spesso le cose migliori nascono ad imitazione di altre. Alcuni affermavano che il chinotto non fosse altro che la solita squallida risposta italiana alla Coca-Cola, dichiarando senza saperlo di non giudicare in base alle sensazioni percepite attraverso le proprie papille gustative, o senza rendersi conto di averle ormai assuefatte alla nota bibita, ma in base al proprio desiderio di non voler figurare come provinciali (e dunque risultando provincialissimi).

Altri pensavano che noi si consumasse chinotto perché eravamo “antiamericani”. Non seppero come comportarsi di fronte all’invasione della Pepsi, cioè una cola americana, che intorno alla metà dell’ottavo decennio del ventesimo secolo guadagnò una certa notorietà perché la beveva il notissimo Michael Jackson, e andò di moda fra i giovani degli Stati Uniti, che vedevano la Coca-Cola come una roba ormai passata. Si divisero fra chi ne beveva perché era la novità, chi ne beveva per non sfigurare anche se la trovava disgustosa, chi non ne beveva senza dirlo, chi diventava un cocacolista intransigente pur sentendosi all’antica. C’era anche il cocacolista fieramente conservatore che, custode delle tradizioni, disprezzava il nuovo in ogni sua forma.

Fu al termine di questa fase che la bibita chinotto, e con lei il Chin8Neri, guadagnarono i primi convinti consensi.

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